Il mio concerto contro l’Italia del sorrisino

Piero Negri ha raggiunto Jovanotti a Cortona, per un’intervista pubblicata domenica su La Stampa.

Mesi di lavoro per mettere insieme un album di trenta canzoni, Lorenzo 2015 CC, uscito a fine febbraio: «Il più difficile e il più sofferto della mia vita – dice – e c’è una ragione se è così grosso: è perché più che un album è una pietra sulla mia carriera precedente. Ora ne comincia una nuova».

Settimane di prove con i musicisti (due a Cortona, dove vive quando non è a New York, che si chiudono oggi), un palco che non può ancora mostrare ma che – assicura – non si è mai visto prima («Irregolare e asimmetrico, che mi permetta di uscire dai confini rettangolari dei maxischermi»), cinque/sei cambi di costume ogni sera («E questa volta niente smoking, ora non chiediamo permesso per entrare, negli stadi siamo a casa nostra»), video, anche a cartoni animati, che diano nuove chiavi di lettura alle canzoni («E le decontestualizzino, come fa Tarantino al cinema»).

E tutto questo perché? «Per la meraviglia, lo stupore, la sorpresa», risponde sicuro Lorenzo Cherubini, per tutti Jovanotti. Ma questo è rock and roll, un nemico ci vuole. «Certo – risponde lui – l’obiettivo vero è togliere quel ghigno dalla faccia di tanti nostri contemporanei, quel sorrisino scettico e cinico che dice: tutto vale niente. Noi, invece, lavoriamo un anno per mettere in piedi una cosa che dura due ore, non c’è spazio né tempo per il cinismo. Noi, anzi, vogliamo farli arrabbiare gli scettici, il nostro concerto è contro l’Italia del sorrisino».

Nello stanzone sotterraneo stretto e lungo della Fortezza del Girifalco, a Cortona, Jovanotti ha stipato un bassista, un percussionista, un batterista, due tastieristi, due chitarristi, quattro fiati, un mixer ipermoderno e un programmino da dj da poche centinaia di euro intorno ai quali armeggia il quasi mitico Pinaxa, autore anche di un album con Franco Battiato.

Sui muri, una riproduzione della Demoiselles d’Avignon di Picasso e un poster delle medesime dimensioni con i personaggi della serie disegnata Adventure Time. Sul lato opposto, un manifesto del film Birdman, l’ispirazione segreta dei suoi prossimi concerti estivi.

«Ci sono dischi che si devono fare e basta – spiega Jovanotti – che decidono loro quando uscire. Quando è arrivata Sabato, mi sono detto: ecco l’inizio del nuovo album, buttiamo via tutto e ricominciamo. Ma poi ho capito che il momento non era ancora arrivato, che dovevo liberarmi del passato per entrare poi in una fase incognita. Di più, che se non l’avessi fatto, mi sarei ammalato».

Partono le prove, Penso positivo suona un po’ come i Talking Heads quando scoprirono l’Africa, negli Anni Ottanta («Eccoci, siamo a Lagos, siamo nel futuro», dice Jovanotti), Sabato fischia come certe colonne sonore di Morricone, L’ombelico del mondo è L’ombelico del mondo: «Carlinhos Brown mi ha detto che questo pezzo gli piace perché non è niente, o almeno lui non sa dire cos’è. Non dimenticatelo, e suonatelo sempre come se fosse la prima volta», raccomanda ai musicisti. E poi si rivolge a Danny Bronzini, il nuovo acquisto alla chitarra: «Di che anno sei? 1995? È l’anno dell’Ombelico, pensa che quando sei nato ero già vecchio, ne avevo già fatte di tutti i colori».

«Come sarà il concerto? – si chiede poi lui in una pausa delle prove – Sarà un sequel di quello di due anni fa. E attenzione, non tutti i sequel sono brutti. Rocky 2 è una figata tanto quanto Rocky. Ecco, sarà come Rocky 2, inizierà là dove era finito il concerto del 2013. Mesi fa il presidente della Ato, casa discografica indipendente con cui avrei dovuto fare un album in America, mi ha detto che non si va più ai concerti per stare bene, per divertirsi, non per gioia, allegria, ma perché si deve. Forse ha ragione, non so… Ma so che da quel momento vivo solo per dimostrargli che ha torto».