Jovanotti, chi viene ai miei concerti?

Ho tenuto fuori dallo stadio le chiacchiere, ho lasciato fuori dallo spettacolo la politica, l’indignazione, i «contenuti sociali», la denuncia, la riflessione sui temi di attualità, le richieste di firme, gli appelli.

Ho tenuto fuori l’invito alla ragionevolezza o alla rivoluzione, l’informazione e tutta quella roba di certo interessante e importante (e anche buona per un titolo su un giornale il giorno dopo).

L’ho fatto apposta. Volevo che lo spettacolo fosse un’allegoria vera e propria, una celebrazione, un racconto. Ecco, un racconto, semplicemente un racconto, che ti facesse dimenticare tutto il resto per creare uno spazio di intimità assoluta, anche se tutto ciò avveniva dentro a uno stadio di calcio. Nel mondo delle opinioni, volevo che il mio spettacolo non fosse un’opinione ma un racconto senza giudizio, una frontiera epica nella modernità.

E che ci si divertisse, si ballasse, ci si emozionasse. Lo struggimento, la goduria, la meraviglia, la tecnologia, lo spirito, l’eros, la dimenticanza, la speranza, la rabbia, l’aggressione, la dolcezza, la risolutezza, il gioco, ridere, lasciarsi andare, perdere il controllo, urlare, cantare. Ecco, l’entusiasmo. Fare il pieno di entusiasmo. Questo.

Una cosa che tutti mi facevano notare durante il tour, come se io non lo vedessi (ma in effetti loro lo vedevano meglio) è la natura pazzamente varia del pubblico dei miei concerti. Me la raccontavano come se avessero visto qualcosa di eccezionale, e in effetti è qualcosa di eccezionale, ma non per me, perché io sono in totale sintonia con quello stato di cose, potrei dire che io sono così, incarno quella varietà. E non lo dico per vantarmi, a volte questo può essere un problema, e a volte lo è stato ma è chiaro che è pure bello.

Ai miei concerti potete incontrare ragazzi che domattina hanno la maturità o un esame di università, appassionati di acquari, restauratori di mobili, ingegneri, stilisti, operai metalmeccanici, pescatori, donne incinte, estetiste, professoresse di italiano, insegnanti di Pilates, gente a dieta, persone che non hanno mai contato le calorie in vita loro, soldati in licenza, sostenitori di organizzazioni pacifiste, nonne, nonni, nipoti di ogni declinazione e grado, genitori, figli, fidanzati, aspiranti fidanzati, musicisti, programmatori di software, creativi, sgrammaticati, gente che scrive «apposto» intendendo «a posto», gente che corregge chi sbaglia l’ortografia in un Sms o in un post, individui che posseggono una Fiat o una Smart o una Hyundai o una Focus o una Opel o una Ferrari o niente, persone che attaccano le orecchie di peluche al casco, elettori dell’intero arco costituzionale, viaggiatori che si informano su tutto, saccopelisti, ricercatori nell’ambito delle particelle elementari, operatori ecologici, spazzini, scrittori, gente dello spettacolo, vip, culturisti, diplomati in composizione e in pianoforte, fumatori abituali meno abituali saltuari e non fumatori, consumatori di farmaci da banco, olistici, vegetariani, conoscitori a memoria dei nomi di tutte le capitali, lettori di classici, giocatori di basket, tifosi di calcio, gente che del mio repertorio ama soltanto i lenti, alcuni che invece pensano che la mia roba migliore sia quella più rap, ragazzini che pensano che «Ora» sia il mio primo album, quelli che l’elettronica è fredda, quelli che… Quelli che come me pensano che quel pezzo di Jannacci fosse un capolavoro… Intendo «Quelli che…».

L’altra notte ho suonato a Cortona, nella piazza del mio paese, davanti a un Mississippi di gente, molte facce conosciute, oltre ai viandanti, tanti, arrivati per l’occasione. A un certo punto di quel concerto improvvisato, senza nessuna tecnologia di luci e video, su un palco piccolo da festival di provincia, dopo aver suonato una sequenza micidiale «Tensione/Positivo» che ha fatto impazzire tutti (gente alla finestra che per poco non si butta giù dall’allegria e io li avrei presi al volo, garantito), dopo quella sequenza «rave» abbiamo attaccato «Un raggio di sole» che è un pezzo pop fatto su un giro di do, lo stesso giro armonico di «Sapore di sale», per intenderci, solo più veloce e in quattro quarti. Dentro quella canzone ho pensato: «Ora so cosa significa essere Gianni Morandi».

Ecco cosa ho pensato. Mi guardavo intorno e godevo e vedevo tutti che cantavano e la mia band sorridente e fluida nell’esecuzione e io sono andato a pensare a Gianni Morandi, che è uno dei sopravvissuti di un Paese in cui la musica era la migliore espressione di una comunità, dei suoi desideri soprattutto.