Lorenzo il magnifico – Assante su Repubblica

Articolo di Ernesto Assante su Repubblica che ha incontrato Jovanotti nella sua Cortona

Cortona è la sua città. Si vede dalla gente che lo saluta, lo chiama semplicemente Lorenzo, non lo tratta come un divo. Si capisce dall’affetto che lo circonda e che ieri ha trasformato il concerto di Jovanotti in un gigantesco abbraccio tra lui e i suoi compaesani. Un concerto piccolo, diverso, al MixFestival – ospite sul palco anche Roberto Saviano – carico di emozione e calore che Lorenzo Cherubini ha regalato alla città dove vive (in una casa arroccata nella parte alta di Cortona, con un bel giardino dove corrono tre cani) e dove lavora, nello studio dove si affastellano strumenti, libri, disegni, ricordi, mille pezzi del mosaico che Jovanotti va componendo da anni e che ieri si è arricchito un ulteriore tassello.

Il tassello conclusivo di un “Backup Tour” che lo ha visto trionfare negli stadi italiani davanti a centinaia di migliaia di persone, straordinario per originalità, contenuti, comunicativa, per la musica che ha proposto. Trionfale nel rapporto che, come ha dimostrato ancora a Cortona, è riuscito a costruire con il pubblico.

“Un rapporto travolgente” dice lui, “che ogni sera ti rimette in gioco. È il motivo per cui faccio questo mestiere”.

Un mestiere che fanno anche altri, senza riuscire a stabilire lo stesso rapporto con la gente. Lei come fa?

“L’importante non è cosa faccio ma cosa sono. Io sono come mi si vede sul palco, chi sale in scena comunica alla gente quello che è, nell’arte in generale ma soprattutto nella musica. Probabilmente chi viene ai miei concerti si sente coinvolto in quello che vede e che sente”.

È una faccenda di credibilità?

“Tanti artisti sono credibili, penso sia più un fatto di voler andare in scena in un certo modo. Ci sono artisti che hanno creato questo tipo di rapporto con il pubblico, penso a Adriano Celentano, Gianni Morandi, Bruce Springsteen. C’è un aggettivo che usa Celentano che mi sembra spieghi bene cosa voglio dire: è “forte”. Ecco Celentano è forte, Springsteen è forte, non è questione di bravura. Mi piacerebbe essere davvero forte”.

Cosa ha creato questo rapporto col pubblico?

“Credo che sia il viaggio fatto fino a oggi, partito da Gimme five. Un bel viaggio di ricerca, con tantiorizzonti che si ampliavano, molto umano. Continuo a non fermarmi, a cercare la canzone giusta, che ti spinge in avanti e fa sì che ogni disco sia un capitolo nuovo e riaccenda l’entusiasmo”.

Con che cosa lo alimenta?

“Molto viene dalla quantità di ore lavorative. Sto in studio moltissimo tempo, lavoriamo un sacco per ottenere un suono, comporre, costruire. Ci vuole passione, amore e lavoro”.

Tutto questo per creare il pop?

“Mica è così facile. I capolavori del pop li hanno fatti i Beatles o i Red Hot Chili Peppers o Rihanna, funzionavano come funziona un cucchiaio. Una bella canzone deve funzionare, se no non serve a niente. Deve assolvere il suo ruolo, anche se è solo quello di farti ballare davanti allo specchio”.

Le canzoni parlano anche di cose importanti.

“Sono ossessionato da questo, la ricerca della frase forte, la cosa giusta che ti possa cambiare quando la ascolti, com’è accaduto a me con tante canzoni. È una ricerca che faccio senza spocchia, con l’umiltà di un lavoratore che sa che la materia che usa è importante. Alcune canzoni mi hanno spinto in direzioni diverse, sono state fondamentali”.

Lei è una delle pochissime star della musica italiana che viene dal mondo dei dj. Crede che sia uno degli elementi che la rende diverso dagli altri in Italia?

“Credo di sì, a me ha permesso di avere la testa spalancata e di ascoltare tutto, di non fare differenze tra Terry Riley e Al Bano, perché mi piace la musica. Sono cresciuto negli anni Ottanta, non ho partecipato all’Italia degli schieramenti dove se ascoltavi i Bee Gees e la disco eri fascista e se ascoltavi i cantautori eri di sinistra. Per me non c’è differenza tra i Bee Gees e De Gregori, la bella musica è bellae basta”.

È difficile lavorare in Italia? Lei è stato spesso in America di recente..

“Sarà anche difficile ma nonpuò diventare una scusa per dire che non si può cambiare. Non credo che se fossi nato in America oggi sarei Eminem. Le possibilità ci sono anche se vieni dall’Italia, nella dance, ad esempio, le star arrivano dalla Svezia o dal nostro paese. Non è vero che da noi non si possono fare cose belle e nuove, se ce lo ripetiamo non si va da nessuna parte. Da noi bisogna lavorare il triplo per guadagnare un terzo. Siamo disposti? Poi quel terzo che guadagniamo si può seminare e vedere che succede”.

Qualcuno può dire: c’è la crisi.

“È vero c’è la crisi, ci sono mille giustificazioni per dire che non vale la pena tentare. Ma porco cane, vuoi mettere la soddisfazione di fare una cosa per bene? O come nel mio caso di voler fare un disco che spacca? Il nostro mestiere è anche questo, dire agli altri che sì, si può fare”.

Cosa la spinge a cambiare sempre, a provarci ancora?

“Le facce che vedo ai concerti e che sorridono. Le cose che leggo, la mia famiglia. La grande trasformazione l’ho avuta quando ho conosciuto il dolore della perdita, mi ha fatto attaccare alla qualità del mio tempo, non voglio più buttare un minuto, sarei un criminale se non volessi fare ogni sera il concerto più bello del mondo. Devo farlo, ho la possibilità e solo così tutto ha un senso. È quello che mi fa pensare che sia ancora all’inizio e che tutto possa ancora accadere”