La forza della musica? Immaginare il mondo

Esce in questi giorni edito da Bompiani il libro “Italia Loves Emilia – Il libro” sul concerto benefico del 22 settembre a Campovolo. I diritti d’autore saranno devoluti alla popolazione emiliana colpita dal terremoto. 250 pagine ricche di foto e dei racconti dei protagonisti.

Quelli di Campovolo sono stati due giorni indimenticabili, per via di tutta la gente che c’era, ma anche perché si respirava davvero un’atmosfera fantastica, dietro le quinte e sul palco. Ho scoperto persone belle, anzi bellissime, umanamente generose. Ho avuto la conferma di un’impressione che ho da sempre, che non si sta sulla scena per anni e anni per una botta di fortuna o perché le cose hanno girato bene una volta.

Dietro le lunghe carriere c’è sempre un essere umano profondamente innamorato di quello che fa e della vita. Tutti gli artisti che erano lì sono persone che, nella loro vita, hanno sperimentato alti e bassi, cadute e risalite e questo li legittima a cantare in un’occasione nella quale infondere coraggio a chi ha passato un’esperienza traumatica come il terremoto è lo scopo principale.

A questo va aggiunto il pubblico: incontrarsi per fare e ascoltare musica vuol dire una gran festa. E se 150 persone sono già in grado di fare scattare la baraonda provate a pensarne 150mila! Vuol dire che nessun impianto audio sarà mai più potente di un loro coro, nessuna luce sarà più potente dei loro occhi. Sono un sacco di persone, venute lì con un’emozione nel cuore, che quelli che vanno sul palco devono solo innescare. Una grande responsabilità, ma pure una soddisfazione pazzesca. Soprattutto se si ricorda la forza che ci ha portati tutti lì: la solidarietà. Una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno,è un documento di valore altissimo. Art. 2. «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Tutto questo attraverso la musica. La musica è importante perché è un’attività umana, e tutte le attività umane sono fondamentali quando si tratta di costruire, o di ricostruire, come in questo caso. Dopo il terremoto c’è stata una grande mobilitazione in tutti i settori, ognuno ha dato il proprio contributo per l’Emilia.

La musica, può sembrare strano, ma è tra gli elementi più utili nella vita di una persona: se provi a spegnerla il mondo diventa invivibile. La musica serve ad immaginare il mondo, specialmente quando si tratta – come in questo caso – di rimettere insieme i pezzi della vita e del tessuto sociale di quelle zone. Lo scopo del concerto, della raccolta di fondi, era ricostruire le scuole: un punto di partenza chiave. Perché la scuola è la nostra istituzione più importante. Nessun luogo pubblico, per me, ha più bisogno di essere difeso, sviluppato, pensato, amato, criticato, rafforzato. L’obiettivo della notte di Campovolo è stata una molla in più per partecipare, anche se sono stato convinto fin dal primo momento: c’è stato un terremoto nel mio paese, l’Italia, e sono un artista italiano; prima ancora sono un cittadino italiano, e prima ancora un essere umano tra gli esseri umani.

Inoltre è stato Claudio Maioli e, con lui, Luciano Ligabue a invitarmi: gente che stimo, di cui mi fido a a cui volentieri mi affido, sapendo che la mia energia con loro sarà in buone mani. Quando si affronta un’emergenza di questo tipo è molto importante la credibilità di chi «coordina» i lavori, perché ci sono in ballo speranze, emozioni forti, e non ultima la gestione di grosse somme di denaro che è fondamentale che restino visibili, in modo che tutti possano verificarne il percorso. Se c’è una cosa che si deve dire di questo concerto è che è stato vero: partecipare mi ha dato la fiducia, ha rafforzato la mia speranza.

Non esistono due concerti uguali, di nessuno in nessun posto, figuriamoci una cosa come Campovolo, con tutto il carico di emozione che si è creato intorno a quel 22 settembre. Credo che il fatto che Ligabue, un emiliano, offrisse la sua «casa» per il concerto abbia reso speciale quello che stava succedendo. Io la sentivo, e credo che la sentissero anche gli altri, l’importanza di essere lì con Luciano, nella sua Campovolo. Non era una situazione «neutra». Nella mia memoria un posto particolare lo occupa il pullman che ci ha portato avanti e indietro tutti insieme, noi artisti che eravamo lì. Una specie di scuolabus pieno di cantanti, che, come qualcuno può facilmente immaginare, fanno un mestiere che anche col passare degli anni non riesce a cancellare del tutto certi atteggiamenti da ragazzini.

Le emozioni più forti sono quelle che scaturiscono da stati d’animo che contrastano. La gioia pura è poco interessante, come lo è il dolore puro, mentre quando la vita ti avvolge nella sua potenza assurda il cuore sembra esplodere perché non si sa se ridere o se piangere, se essere felici o essere tristi. In quei casi ci si lascia andare a quel tipo di vortice, che era esattamente l’aria che c’è stata a Campovolo. Si era lì per un terremoto ma la musica rendeva tutto anche festoso, un corto circuito indescrivibile. Non so se esista una canzone nel mio repertorio che potesse essere particolarmente significativa in quella situazione: quello che serviva era una canzone che portasse il buon umore, per dare a tutti la carica. Per reagire alla forza della natura, soprattutto quando è così devastante ci vuole una forza costruttiva e positiva, direi. E Campovolo è stato una grande forza. Una forza così.

Jovanotti

(Bompiani/Rcs Libri Spa)