Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti

“Ho 53 anni, faccio questo mestiere da oltre trenta, e ho visto nella mia vita innumerevoli concerti, di artisti di ogni tipo e di ogni parte del mondo. E raramente, forse quasi mai, mi è capitato di assistere al crescere di una carriera, di una personalità artistica ed umana, come quella di Lorenzo Cherubini. E’ partito, giovanissimo, pensando che la parola arte non facesse parte del suo vocabolario, che la musica fosse solo ritmo per ballare, che le parole erano importanti solo se facevano rima e che il successo era fatto di persone che battevano le mani a tempo. Oggi Lorenzo Cherubini conosce il significato della parola arte e la traduce in dischi e spettacoli che brillano per passione e sentimento, spettacoli che sono in grado di competere (e di vincere a mani basse) con i migliori spettacoli di artisti internazionali più acclamati e celebri di lui, spettacoli dai quali si esce contenti, perché si è ascoltato della buona musica, delle parole interessanti, divertenti e positive, pensando che persino il nostro piccolo e pessimo paese ha ancora qualcosa di buono da spendere e che, forse, noi tutti abbiamo, se non un futuro, un’ “ora” nella quale vivere e impegnarci, facendo quello che sappiamo, quello che possiamo, quello che vogliamo.

Il concerto al quale ho assistito ieri sera al Palalottomatica di Roma è uno dei più belli, ricchi, originali, moderni, attuali, popolari, complessi, intelligenti, divertenti, ballabili, romantici, fantasiosi, ai quali mi è capitato di assistere negli ultimi anni. Lo dico perché non solo le soluzioni sonore, visuali, artistiche che Jovanotti propone sono coinvolgenti e mai insulse, ma perché Jovanotti fa quello che in molti oggi non sanno e non vogliono più fare: crea un qualcosa che è più di un semplice concerto, di un semplice spettacolo. Provo a spiegarmi meglio: quando andavo a un concerto negli anni Settanta o Ottanta, non pensavo mai di andare a vedere un’“esibizione”, la semplice proposta di qualcuno che andava in scena e, senza chiedere a me alcun contributo, proponeva “la sua cosa”. Andavo a condividere un’esperienza, nella quale ero protagonista assieme al gruppo o al solista che era in scena e che, al tempo stesso, sapeva di essere in scena in sintonia con il pubblico che aveva davanti, e che la sua arte esisteva proprio perché quel rapporto era vivo, importante, vero.

Lorenzo fa esattamente questo, va in scena con tutto il pubblico, che rende ogni sua canzone, ogni suo, gesto, ogni suo salto, qualcosa più di una canzone, di un gesto, di un salto. E sa benissimo che senza questa condivisione la sua non sarebbe più arte, sarebbe un piacevole, magari interessante, certamente divertente, ma sostanzialmente inutile, soliloquio. Jovanotti non canta al pubblico, canta con il pubblico, che con lui respira e sogna. Jovanotti sogna con il pubblico, indicando, come nelle esperienze migliori dell’intera storia del rock, una strada per vivere in maniera diversa, una possibilità. Questo sì l’ho già visto e vissuto prima, quando ero decisamente più giovane, ed alcuni concerti mi hanno cambiato, davvero, la vita. Jovanotti ci prova a cambiare la vita di chi ha attorno, con l’esempio. Lui è in scena e dimostra che si può fare, che si possono scrivere canzoni con testi belli e semplici, in cui dire quello che si pensa, senza timore o vergogna. Lui è in scena e dimostra che ci si può divertire pensando, agli altri ma anche a sé (“è questa la vita che sognavo da bambino”). Agli altri, invitandoli a essere liberi, ad essere se stessi (“ ricordati che tu sei unico al mondo e non esiste primo e non esiste secondo”), e a fare in modo che ogni momento sia importante, “ora”.

di Ernesto Assante – leggi l’articolo completo su Media-Trek di Repubblica