Con quelle facce così diverse e tutte italiane

Lorenzo Jovanotti per “La Stampa” del 20 novembre 2011

Quando visito un museo che ha dentro quadri antichi o marmi storici realizzati in Italia capita di fare il gioco delle somiglianze. So bene che non è proprio il modo più profondo di visitare un museo, ma che ci volete fare, guardare un busto di un console romano e trovare a chi somiglia tra le persone che conosco nella mia vita è divertente e può anche essere emozionante.

 

Una faccia in secondo piano in un affresco di Vasari può essere quella del mio giornalaio. Un imperatore romano nel museo di Berlino è spiccicato uno che aveva un negozio di elettrodomestici a Roma, sotto casa dei miei. Di più, è proprio lui. Per esempio al Louvre c’è un quadro, «Il baro» di George de la Tour, dove ci sono io a sinistra, e sono proprio lui, il baro, e una volta qualcuno mi mandò una foto di un profilo nella cappella degli Scrovegni che ero io anche quella volta. Non un baro, un santo stavolta. E quando dichiarai il mio amore alla mia «lei» dissi che la sua faccia mi ricordava la Sibilla delfica dipinta da Michelangelo, che è un viso ideale e invece ora esiste.

 

Per dire che le facce sono storie, e le storie hanno cose in comune con altre storie in un infinito labirinto di rimandi che è una famiglia, una città, un paese, il mondo. Sono sicuro che se arrivassero gli extraterrestri verdi e con le antenne, noi umani improvvisamente ci assomiglieremmo tutti, faremmo fatica a distinguere la faccia di uno nato a Shanghai da quella di un ballerino di salsa. Ma per ora i nostri extraterrestri preferiti sono ancora i nostri simili e una faccia è sempre un pianeta misterioso, vista da fuori, un pianeta abitato.

Quando ero piccolo gli africani, per dire, erano nella mia immaginazione qualcosa di molto omogeneo, erano quelli con la pelle nera. Poi ho fatto un lungo viaggio in Africa e da quel momento ho imparato che gli africani sono circa mezzo miliardo di facce e di storie molto diverse tra loro, un turbinio di lingue, di usanze, di fedi, di credenze, di vite e lo stesso pensa un africano di noi quando si ritrova finalmente in una delle nostre città. Prima magari eravamo «gli europei», quelli lì.

 

Quando sto per uscire con un disco devo pensare alla copertina e ogni volta parto da più lontano possibile per poi arrivare sempre, da tanti anni, alla stessa conclusione, ovvero che la faccia racconta sempre meglio di tutto chi sei in questo momento, e alla fine uso sempre la mia faccia come copertina. Non vale solo per i cantanti, la faccia è la superficie e qualcuno disse che la profondità ama nascondersi in superficie, e io la penso proprio così.

La faccia degli italiani è una bella storia, specialmente oggi: le foto di Pellegrin sono un romanzo, il racconto della grande storia di un popolo che viaggia ed è viaggiato, che nonostante le paure continua a mescolare il colore dei propri occhi e le gradazioni della propria pelle proprio come in un giudizio universale di Giotto o in una spiaggia di Ostia. Noi siamo questo, siamo quelli di queste foto, siamo i personaggi di «E la nave va», di Fellini, che ho rivisto pochi giorni fa, emozionandomi.

 

Ho sempre pensato che è la diversità il grande valore dell’unità degli italiani e queste foto mi danno ragione. L’Italia è unita perché è divisa in 60 milioni di storie che la compongono. L’unità d’Italia è un destino annunciato dai poeti e confermato dai fatti. Noi siamo il melting pot da molto prima che esistesse questa definizione, l’Italia era già FaceBook (il libro delle facce) molto prima che ci fosse Internet e il mondo connesso e globale valorizza quei tratti comuni misteriosi e indefinibili che ci rendono italiani agli occhi degli stranieri ancora più che ai nostri stessi occhi.