Steve Jobs mi ha insegnato cos’e’ il coraggio

Abbiamo bisogno di modelli. Ne abbiamo bisogno come il pane, come l’aria, abbiamo bisogno di modelli che non siano al ribasso ma che rilancino la scommessa di vivere. Che rappresentino il mondo come luogo delle opportunità, come scenario di sfide, di slanci, di sogni, di cadute e rinascite.

Il primo Apple Store di New York lo aprirono dove prima c’era l’ufficio postale. Il segno dei tempi che cambiano. Entrarci è un’esperienza «aspirazionale», si viene proiettati in una realtà possibile e migliore. Un modo completamente nuovo da parte di un marchio di relazionarsi con il «cliente». Crollano tutte le teorie antitecnologiche a favore di una bellezza che è funzione, di una efficienza che è anche piacere, di una velocità che non è alienante, di un business che è innovazione, di una tecnologia che è sensualità. Una mela. Fuori bella e dentro buona.

Abbiamo bisogno di modelli. Ne abbiamo un bisogno urgente, specialmente qui da noi. Steve Jobs è il nostro eroe. Di noi che abbiamo vissuto il passaggio dall’analogico al digitale. Di noi che crediamo che la vita finisce solo quando finisce, neanche un attimo prima. E’ lui il grande traghettatore positivo dal mondo di ieri a quello di domani. La sua storia personale è una parabola travolgente.

Il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King, è la nuova dichiarazione d’indipendenza globale. Non basta avere un sogno, bisogna avere la fame e la pazzia di realizzarlo, per non rimanere nella terra di mezzo dell’autoindulgenza. Per non cadere nella trappola dell’ideologia, che ci fa credere che esistano regole buone per tutti. Non è così. Ogni storia è unica e connessa alle altre storie.

Io me lo riguardo ogni tanto quel discorso, e senza voler offendere nessuno mi rendo conto che si tratta di un’esperienza rituale. Un viatico che si rinnova all’inizio di un viaggio nuovo, o di un giorno nuovo. Mi è capitato di mandare il link via mail a qualche amico sapendo di fargli un regalo. Ogni parola di quel discorso è carburante per la mia piccola astronave personale, ogni frase è da scrivere sui muri. Obbligherei ogni manager, ogni politico, ogni studente, ogni architetto, ogni musicista, ogni panettiere, ogni ballerina, ogni maestra di scuola, ogni sportivo a impararlo a memoria.

Come quando al catechismo ci facevano imparare l’atto di dolore oggi ci vorrebbe qualcuno che ci fa imparare a memoria una frase come questa: «Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario».

Tutto il resto è secondario. Quale resto? Non c’è resto, in quelle parole ci sta dentro tutto quello che conta. Il resto non conta, appunto. L’anno passato sono entrato in un Apple Store in una città di provincia americana. Tra i commessi con la solita maglietta blu ce n’era uno non vedente, con il bastone dalla punta bianca. Quel ragazzo spiegava i comandi vocali di alcune app dell’iPad. Si potrebbe pensare che si tratta di un’eccesso di «politically correct» aver assunto un commesso non vedente, ma sarebbe un pensiero al ribasso. Io ho pensato che si tratta di costruire un mondo migliore anche attraverso un’idea di business, che allarga gli accessi, che lancia sfide al futuro, che sta in piedi con una certa sana spavalderia contro al vento di chi non crede al progresso, che soffia forte, ma non troppo forte per chi è disposto a seguire i propri sogni.

Steve Jobs ha cambiato il mondo, la sua storia racconta che il mondo si può cambiare, e questa è la notizia che non bisogna mai smettere di diffondere, con ogni mezzo, dall’iPad alle carezze.