Intervista all’Arena di Verona

«Son proprio contento di suonare all’Arena… Vabbè, dai, chi non lo sarebbe?».

Ricordi la tua prima volta in Arena?

«Sì, al Festivalbar, ovviamente. C’è stata ma non l’ha vista nessuno tranne quelli che erano presenti quella sera. Era il 1988, dopo la pubblicazione del mio primo disco (Jovanotti for president, con la hit Gimme five). Il mio produttore, Claudio Cecchetto, aveva litigato con Salvetti e così mi mandò al Festivalbar ma non acconsentì alla messa in onda in tv. E così feci la finale in Arena ma non mi si vide in televisione… ».

Hai definito la tua performance dal vivo come quella di un «crooner nello spazio».

«Era una definizione che ho dato per gioco, all’inizio, per crearmi un immaginario tutto mio. In realtà lo show di ieri e di stasera è più spaziale che da crooner. È uno show di fantascienza, con molta tecnologia. A dire il vero, non ne sapevo quasi nulla finché qualcuno me lo ha raccontato dopo averlo visto da sotto il palco».

E cosa ti hanno detto?

«Che non è un concerto unico ma sono cinque show in uno, come se ricominciasse più volte. Ed è incredibile: è il commento che fanno tutti o quasi. Lo vedono come uno spettacolo che ricomincia varie volte, e ogni volta è come se sul palco ci fosse un artista nuovo, con un repertorio diverso. Forse perché porta in scena la mia natura principale, quella di dj. Il mio Ora tour è una specie di gigantesco dj set: si passa dalla fase disco dove si balla scatenati a quella dei lenti, dalla parte cocktail a quella da cantautore. C’è un dispendio di mezzi, nel mio show, di energie umane e di mezzi, che alla gente, alla fine, arriva il senso della generosità della performance. Che è poi quello che pretendo dagli artisti che vado a vedere, come spettatore».

Nel nuovo video, La notte dei desideri, sembri avere sulla pelle nuovi tatuaggi.

«No, l’ultimo l’ho fatto un anno e mezzo fa. Ma ne avrò di nuovi l’anno prossimo. Faccio come i marinai: quando non avevano nulla da fare, si facevano tatuare. L’ultimo è un veliero, all’interno del braccio. Mi piacciono i disegni tradizionali che hanno a che fare con il viaggio e la religione. Non mi piacciono i tribali: Ben Harper, per esempio, è tutto coperto di tatuaggi maori ma io ne preferisco altri. Da ragazzino compravo le gomme da masticare con il tatuaggio dentro, quelli che si lavavano via, e allora passavo i pomeriggi a riempirmi di quei tattoo rimovibili. Per me adesso è l’evoluzione di quella cosa lì che facevo da piccolo».

fonte: L’Arena.it