Intervista al Corriere della Sera

Sull’edizione odierna del Corriere Della Sera Andrea Laffranchi intervista Jovanotti.

Niente rap arrabbiato. Fibra è più forte di me
«Il più grande spettacolo dopo il big bang» ha fatto ballare stadi e piazze, ha occupato le radio, è diventata un modo di dire. Jovanotti, lei che è l’autore, come se lo spiega il successo di una canzone d’amore a tutto rock?
«Me lo sentivo quando l’ho scritta e poi ho visto che lo pensavano in casa e quegli amici e discografici che l’hanno sentita in anteprima. C’è voglia di canzoni. Siamo tornati agli anni Sessanta con i singoli. L’album serve solo a me per trovare un filo».

Lei canta che l’amore è più forte di Lady Gaga, di Internet, del Colosseo…
«Gli ascoltatori distratti pensano che sia un elenco di cose non spettacolari. Invece sono cose che apprezzo, forti e potenti».
C’è anche il Vaticano…
«Sono i migliori se si parla di messa in scena. Bravissimi nell’immagine».
E nel resto?
«I cardinali offrono verità assolute in un mondo che non ci crede più, si vivono in modo centrale quando per la gente non è più così. A volte questo ha effetti tragici, altre ridicoli. Come quando difendono la famiglia tradizionale.
La famiglia esiste se c’è l’amore.
Se non c’è il sentimento è ridicolo difenderla. Mi sembra contro il messaggio evangelico. Però riconosco che la Chiesa, adesso che la sinistra non lo fa più, ricopre un ruolo sociale fondamentale. Con gli oratori, ad esempio».

Durante il concerto al Teatro Antico (evento unico, era con un’orchestra) ha difeso le nozze omosessuali e ha gridato «baaaaasta Berlusconi». Nelle canzoni però si tiene alla larga dalle tematiche politiche e sociali. Paura di dividere?
«Nel cassetto ho qualche demo di rap puro con testi forti, ma ho preferito dare al disco un ampio respiro.
Ascolto Fabri Fibra e lo ammiro perché è più forte di me nel dire certe cose. Lascio a lui il compito».

Fra i brani non concretizzati?
«Uno sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Volevo fare qualcosa alla “Viva l’Italia” di De Gregori o “L’italiano” di Toto Cutugno visto che nella nostra canzone non si parla mai del nostro Paese. Ma il rischio retorica era altissimo».
Quindi?
«Non l’ho scritta. Vivo in cima a Cortona e da sotto mi arriva la musica delle feste e delle sagre.
Mi rendo conto che quando partono i Black Eyed Peas o “Danza Kuduro”, tormentone che all’inizio ho rifiutato, tutti si divertono. Quello è il pop e adesso sento di avere il fisico da cantante pop».

Lei nasce come deejay. Ora che Guetta e Sinclar sono le nuove star non vorrebbe tornare al vecchio mestiere?
«Vorrei fare un tour nei club, ma per ora infilo quella mia anima nei concerti. Il linguaggio dei deejay oggi è globale, liberatorio, non legato alla lingua visto che i testi li capisce chiunque».

In «Ora», album innovativo e contemporaneo che però è arrivato a 6 dischi di platino, la parola è centrale…
«A volte è un’ossessione da cui vorrei liberarmi facendo un testo che dice “rock the house, rock the house… jump!”».

C’è chi usa la parola in modo diverso. Vasco con i «clippini» su Facebook. Che ne pensa?
«Quando lo vidi cantare “Vita spericolata” a Sanremo fu un’epifania. Fu imprevedibile e così è rimasto. Conferma la sua unicità, la sua indipendenza dall’imborghesimento,
malattia inevitabile che viene dall’esposizione al denaro. Si vede che non ha una buona cera, ma meglio così che truccato per nascondere la verità».
Però ha detto al suo amico Ligabue che è «un bicchiere di talento in un mare di presunzione»…
«Ha sbagliato, ma non lo prendo seriamente. Il talento non si misura a bicchieri e Luciano è un fuoriclasse. Con una battuta direi a Luciano di non drammatizzare. Quella frase la disse Mick Jagger su Madonna. Io mi sentirei bene nei panni di Madonna».