Piero Negri intervista Lorenzo su La Stampa

A Lorenzo Cherubini, per tutti Jovanotti, è capitato di dare il meglio di sé dopo i 40 anni. Il suo show è forse la cosa più bella che abbia mai fatto.

Il concerto nello stadio. È un traguardo, un obiettivo, un sogno?
«Fare un tour negli stadi è il punto di arrivo per chi, come me, fa musica pop. È come dire a un regista: ecco, puoi fare un kolossal, fai Ben Hur . Mi stimolerebbe molto».

Molte canzoni del suo ultimo disco, Ora , sono perfette per essere suonate dal vivo…«In questo disco sono andato a cercare la canzone perfetta, perché in quella forma c’è tutto, e quindi anche il concerto. Una grande canzone, dal vivo, nei juke box, alla radio, manterrà intatta la sua potenza, come se avesse un Dna indistruttibile. Ecco, in questo periodo della mia vita cercare il Dna della canzone moderna è ciò che più interessa».

Poche settimane fa ha partecipato al festival Bonnaroo, negli Usa.Che bilancio ne ha tratto? «Lì non riescono neanche a immaginare uno come me. Sorridono, quando dico di essere un cantante italiano. E questo mi aiuta, mi ridimensiona: quando faccio i concerti, anche grossi, penso sempre che stiamo facendo una piccola cosa tra di noi, e che il mondo ci ignora».

Il nostro limite è la lingua?
«Sì, e il fatto che, a un certo punto del Novecento nella musica arriva l’Africa. E quando arriva l’Africa, si compie un miracolo, sempre, in ogni campo. Noi, nella musica, ne siamo rimasti fuori. Il futuro? Non so: mi piace disegnare scenari, ma siamo in una fase complessa. Cerco di leggere tutti i libri, ma oggi chi ci capisce qualcosa del mondo?».

C’è qualcuno che la convince?
«Tutti. Leggo Slavoj Zizek, un marxista 2.0, e mi pare stimolante. Poi leggo Malcolm Gladwell, gli americani, gli psichiatri cognitivi, quelli che studiano i grandi sistemi di comunicazione, e li trovo interessanti. Mi capita di trovarmi sempre in accordo con chi esprime un opinione. E di pensare, un secondo dopo, che è vero anche il contrario».

E allora? Come si fa?
«Non so. So solo che io mi ritrovo a scrivere canzoni d’amore, perché mi attacco alla persona, all’essere umano. Con tutti i pensieri che hai, belli, intelligenti, nella tua vita che cosa hai risolto? Come vivi, come respiri, come digerisci? Che rapporto hai con il cibo? Con il sesso?».

È una delle accuse che le rivolgono: fa solo canzoni d’amore. E poi dicono che è buonista.
«Da bambino passavo ore, alle giostre, a guardare la macchina dello zucchero filato. Ero alto a malapena per guardarci dentro: bastava un cucchiaino, la macchina girava e venivano fuori quei capelli pazzeschi. Una magia. Be’, oggi per me quella è l’esistenza. L’emozione, il mistero».

Come la musica.
«Appunto. Mi accusano di buonismo. Ma le canzoni non nascono mai dal pensiero, nascono da un’attitudine, un atteggiamento di vita. Non sono una macchina da consenso. Usiamo parole misteriose: sono uno che fa qualcosa che gli è congeniale».

È un gran privilegio.
«Nella vita è un privilegio, ma per un artista è l’unico dovere».

A volte, come in  A te , si coglie una sfida: scrivere la canzone più vecchia del mondo e farla sembrare nuova…
« A te è una canzone che ho scritto in cinque minuti. Avviene, ogni tanto: si sospendono tempo e spazio e si apre una finestra. Se parliamo di privilegio, questo è un privilegio, essere in contatto con un mistero».

È per questo che agli artisti si chiede di soffrire, per scontare il privilegio.
«Ma non c’è bisogno di chiederglielo, gli artisti stanno male, come tutti, però di solito in bellissimi appartamenti. Si vuole che soffrano un po’, dimenticando che una delle poche certezze della vita è che c’è gente ricchissima che sta malissimo».

Lei come l’ha gestita, la questione?
«Non ho mai pensato ai soldi, neanche quando non li avevo. Non ho mai avuto alcun interesse per le cose. Non ho mai fatto progetti a lungo termine. Solo quando mio fratello Umberto sognava di prendere il brevetto da pilota, gli dissi: avrò una compagnia aerea e tu sarai il pilota. Ho visto un aereo con la scritta: Jovanotti».

Credo che lei abbia visto l’aereo, non la compagnia…
«A un certo punto, molto presto, ho avuto la percezione che il gioco potesse diventare grande. Sentivo di avere un tocco, il tocco del nuovo, in un mondo che era già nuovo, Milano negli anni Ottanta. Sentivo di essere il valore aggiunto. Mi capita ancora. Non è presunzione, è una sensazione infantile. Molto infantile».

Ce l’ha per una canzone, per cosa?
«Nel mio mestiere, la prima cosa da fare è sopravvalutarsi».

Anche questa sembra una questione molto infantile, ingenua.
«Certo, altrimenti, nessuno uscirebbe a 44 anni su un palco a cantare: “Penso positivo perché son vivo”, risultando credibile. È lo sguardo che avevi a 10 anni: poi tutto cambia, la vita diventa più interessante, ma quello sguardo deve rimanere vivo».