Jovanotti: “Sono un uomo che sfida la tecnologia”

Cosa significa mettere l’elemento umano al centro di uno spettacolo ad alta tecnologia?
«Prendere atto che possiamo gestire la tecnologia nei modi più disparati, ma alla fine ci troviamo, soprattutto quelli della mia generazione, alla natura di esseri umani. Io amo le macchine, sono convinto che bene usate potenzino la nostra anima; tutto il progetto di questo live, il più tecnologico della mia carriera, gira intorno a questo concetto».

I francesi Daft Punk, che si esibiscono mascherati, sono in un certo senso l’opposto di questa concezione?
«In apparenza sì, però anche loro sono arrivati alla stessa conclusione, intitolando un disco “Human After All”, umano dopo tutto. E i Subsonica hanno fatto un tour intitolato “Be Human”. È una riflessione che prima o poi affrontiamo tutti; una questione generazionale, ripeto: certo, il problema per i nostri genitori non si poneva».

Ci sono molte citazioni nello show, da Piero Angela a Claudio Villa, Dean Martin e Sammy Davis Jr.: che ruolo hanno?
«Non vuole essere un blob, al contrario, vorrei proprio superare la mania postmoderna della citazione decontestualizzata. Questo spettacolo vuole essere un passo avanti in questa direzione. Piero Angela per esempio parte sullo schermo prima di me, a luci ancora accese. Presenta una puntata di Quark, poi però invece del programma inizia il concerto».

In generale, come è gestito il maxischermo?
«In modo del tutto innovativo, abbiamo quindici camere che riprendono e una regia che manipola tutto in tempo reale. C’è una griglia rigida, in un certo senso siamo comandati da un computer, ma al tempo stesso abbiamo la garanzia che nulla possa essere identico tra una serata e l’altra».

Vale anche per il sound?
«Il principio è lo stesso, tutte le sequenze che utilizziamo sono generate in diretta; le cose vengono suonate e poi passate alle macchine, non c’è nulla di preregistrato in studio».

Che idea ha di Torino?
«Ci passo ogni due o tre anni per i concerti, non viverci mi aiuta a cogliere i cambiamenti, la sua rinascita. Rispetto ai primi passaggi di venticinque anni fa è rivoluzionata. Per la musica metto su tutti i Subsonica e il produttore Carlo Rossi, ma anche il ruolo di avanguardia che ha avuto la città nell’imporre in Italia una cultura dei festival. A partire dal vecchio Pellerossa, da qualche anno col Traffic: solo “Arezzo Wave” ha avuto lo stesso peso a livello nazionale».

Voterà ai referendum?
«No perché sarò in America, Eugene Hutz che lo dirige mi ha invitato al bellissimo festival di Bonnaroo, in Tennessee. Se fossi qui voterei tre volte sì, in particolare la vera emergenza mi sembra quella dell’acqua, alla fine il nucleare in un paese come l’Italia non si farà mai. Per fortuna. Non basta però dire sì e opporsi alla privatizzazione dell’acqua, occorre chiedersi perché siamo arrivati a questo punto, riflettere sulla politica in un’Italia che non riesce più a garantire servizi essenziali come l’acqua, la sanità, la scuola. Le cose essenziali che fanno un paese».

Ha riti o manie legati ai concerti?
«Rispetto la scaramanzia classica dell’ambiente, evitare certi colori e via dicendo; fa parte del mestiere, è come per un avvocato mettere la toga. Per il resto l’unica cosa certa è che sul palco non devo avere niente in tasca, né un centesimo né un fazzolettino di carta, è una piccola ossessione. Il resto è preparazione atletica, c’è una persona che mi segue per sottopormi a un piccolo allenamento prima dello show e ai massaggi necessari, un po’ tipo giocatore di basket».

fonte: la Stampa