Il futuro di Jovanotti: doppio show al PalaIsozaki

Doppio appuntamento con Jovanotti al Palaisozaki, oggi e domani – si comincia alle 21, cancelli aperti dalle 19, casse dalle 18 – e tutto lascia pensare che ci sarà il pubblico delle grandi occasioni (per i biglietti ancora disponibili: www.setup-live.com). Lo abbiamo intervistato intercettandolo al telefono mentre si trovava a Basilea, alla vigilia di uno show oltre confine…

Primo bilancio dopo un mese di concerti?
“Direi strepitoso: in assoluto è il mio tour che sta riscuotendo più successo, tant’è vero che stiamo pensando di rifare i palasport in autunno. E la reazione degli spettatori è incredibile, oltre ogni aspettativa: non ho mai visto un pubblico così a un concerto, neanche di altri, e persino i colleghi vengono a vedermi… Ci ho lavorato su veramente tanto, come mai prima, e così anche al disco: avevo la determinazione a fare qualcosa che esplorasse territori e linguaggi nuovi, almeno per me”.

La parola chiave sembra sia “futuro”…
“E’ uno show 2.0: rimane un concerto, lungo più di due ore, e la gente se lo gode, però c’è il tentativo di entrare in un nuovo mondo, in cui la tecnologia sia al servizio delle emozioni. Ho fatto volutamente una scaletta dove ci sono quasi solo pezzi nuovi, 13 dell’ultimo disco, una sfida: non mi piace l’idea di diventare un artista “di repertorio”, che a questa età sarebbe in qualche modo logica, e invece sto cercando di parlare al tempo presente, anche perché c’è un sacco di gente giovane che viene a vedermi, oltre a quella della mia età che arriva con i figli al seguito. Il pubblico è vario, rappresenta almeno tre generazioni, e in questo senso è diverso da quello che si vede in giro di solito. E poi c’è lo spettacolo, la cosa che m’interessa di più: ha una regia, una narrazione, un inizio e una fine, con delle storie che s’intrecciano. E c’è l’entusiasmo di confrontarsi col futuro, immaginando che possa essere un tempo migliore del passato”.

Con quale criterio sono state scelte le canzoni “vecchie”?
“In base al feeling. Quando abbiamo iniziato a fare le prove, ho scritto su una lavagna i titoli di cento pezzi e ho cominciato a cercare quelli che potevano costituire l’ossatura dello show, una quindicina, pescando soprattutto da “Ora” e “Safari”, e poi ho infilato i brani vecchi, quelli che reggono il passo con l’attualità o che sono così distanti nel tempo da non avere più bisogno di reggerlo, essendo a modo loro dei “classici”, tipo “Ciao mamma” del 1989. In fondo la mia arte è costruire scalette, visto che ho cominciato la carriera come DJ… Lo spettacolo è stato concepito come fosse un film: volevo che in quelle due ore la tensione non calasse mai”.

Che Italia ha incontrato girando la penisola in queste settimane?
“L’umore che percepisco è chiaramente parziale: penso che appartenga all’Italia che non viene mai raccontata, fatta di gente che non vuole partecipare al Grande fratello, che lavora o studia. Il mondo che ci racconta la tv non corrisponde a quello reale, che è molto più complesso: un paese in cui, per la prima volta, i giovani sono minoranza e per questo pagano un prezzo, nel senso che contano poco e vengono mal rappresentati. In altri posti del mondo sono invece maggioranza e fanno la differenza, dal Nordafrica ai paesi asiatici”.

Ci saranno ospiti a Torino, com’è stato a Bologna, con Cesare Cremonini e Luca Carboni, e a Milano, con Ben Harper e Michael Franti?
“Al momento no: ho invitato il mio amico Boosta dei Subsonica, ma non so se sia in zona… Quelle di Milano e Bologna sono state coincidenze fantastiche, ma il concerto funziona comunque benissimo”.

Ha scelto lei di far aprire le serate a Vasco Brondi, ossia Le Luci della Centrale Elettrica?
“Sì, e lo avevo chiesto anche ai Tre Allegri Ragazzi Morti, che però non potevano. Sono realtà che apprezzo molto. Ho un palco enorme e un grande pubblico, e mi sembrava una buona idea prestarglieli per mezz’ora. Vasco è stato contento, ne abbiamo parlato ed eccolo qui. Mi piace: è uno che ha una poetica originale e sta lavorando molto sul suo linguaggio, un vero artista”.

Che accoglienza gli riserva il suo pubblico?
“E’ un po’ spaesato, ovviamente: il 90% non sa chi sia, perché Vasco è un personaggio di culto, ancora fuori dal mainstream. Non viene accolto da ovazioni, ma lo ascoltano e alla fine applaudono. E mi piace l’idea di un quarantenne come me che offre a un ventenne una possibilità del genere. Lui d’altra parte offre qualcosa a me, perché abbellisce la serata con un contrasto: facciamo cose opposte, Vasco esce sul palco da solo con la chitarra e una luce bianca puntata addosso, mentre io ho 450 fari e una band al completo”