Rimini (rassegna stampa)

Jovanotti in tour, prima tappa Rimini

Il concerto del crooner sulla luna comincia come una festa tecno che sembra un film in 3D. Per il suo nuovo tour, partito da Rimini, Lorenzo Jovanotti ha scommesso sul futuro senza dimenticare la sua parte romantica. “L’idea di partenza era di non fare uno show sul passato, avevamo bisogno di capire come funzionava il nuovo disco dal vivo e di superare la logica del concerto didascalico con il solito muro di schermi led che ormai lo usano anche a Sanremo” racconta. Non è un caso che per prepararlo abbiano impiegato sei mesi. Il tour di “Ora” è una meraviglia tecnologica con al centro un performer in una forma fisica e artistica strepitosa (“Mi alleno molto, lavoro con il preparatore di Pantani e Alonso”). La prima ora di concerto è tutta dedicata ai brani del nuovo album: al ritmo della tecno e con i suoni dei sintetizzatori dal vivo, Jovanotti travolge la platea con uno show “sound&vision” ad altissimo tasso tecnologico. Il palco è diviso tra lo spazio per la band e un enorme schermo che proietta immagini rielaborate grazie a software che lo fanno vedere persino avvolto da fasci di luce che sembrano corde o sdoppiato e in lotta con il suo doppio. Una lunga pedana lo porta al centro della platea.

“Quando ho pensato al concerto ho chiesto di immaginare un crooner elettronico, come a un Dean Martin a un Sammy Devis Junior sulla luna” spiega conpiaciuto della divertente idea di affidare a un filmato di Piero Angela il compito di introdurre lo show che ospita due momenti acustici dedicati ai classici del suo repertorio, senza dimenticare gli spazi per il rito del canto collettivo con “A te”, “Penso positivo”, “L’ombelico del mondo”, “Ragazzo fortunato, “Baciami ancora”. “E’ stato difficile preparare questo concerto che è un po’ schizofrenico tra tecno e romanticismo” confessa Lorenzo che non dimentica Vittorio Arrigoni e inserisce nel testo di “La notte dei desideri” la frase “restiamo umani”. Riconosce anche che “l’anno trascorso a New York mi ha fatto bene, sono migliorato molto e questa estate parteciperò al Bonnaroo Festival” e non si sottrae a un ragionamento sulla realtà Italiana.”Voto a sinistra ma penso che dobbiamo usciere dal circuito dell’autoreferenzialità. A me per esempio piacciano i film John Milius e Clint Eastwood anche se sono uomini di destro: dobbiamo uscire dall’egemonie culturali e smettere di parlarci solo tra di noi”.

fonte: ansa.it

Romantico e scatenato Jovanotti apre il tour con tanti effetti speciali

Quelli che lo hanno visto lo definiscono un concerto come non se ne sono visti prima. Lui, Jovanotti, ha detto che «l’idea di partenza era di non fare uno show sul passato, volevamo superare la logica del concerto didascalico con il solito muro di schermi led che ormai si usa anche a Sanremo». Insomma, è partito da Rimini la tournèe che questa estate celebrerà sui palchi di tutta Italia il disco più venduto finora, Ora, quello che Lorenzo Jovanotti Cherubini ha composto e registrato mentre la mamma stava morendo, quello che, con una straordinaria reazione emotiva, è diventato una scintilla di vita come ormai poche volte la musica italiana riesce a dare. Energia. Positività. E, ammettiamolo, una quantità di tecnologia che non si piega alle mode volatili ma è inserita fino in fondo in un progetto ben chiaro, il futuro. «Quando ho pensato al concerto, ho chiesto di immaginare un crooner elettronico, come fosse un Dean Martin o un Sammy Davis jr sulla Luna».

In fondo Jovanotti ormai è così. Parla d’amore, e il suo lato diciamo così romantico, stenta sempre più a rimanere compresso in poche canzoni. Ma non riesce a stare fermo. «Il periodo trascorso a New York mi ha fatto bene, sono molto migliorato e questa estate parteciperò al Bonnaroo Festival». In poche parole, è autenticamente trasversale, un passo davanti a quasi tutti gli altri che sono ancora blindati da vecchi schemi. E, quasi paradossalmente, non importa neanche che dica una frase ovvia, cioè «voto a sinistra ma penso che dobbiamo uscire dal circuito della autoreferenzialità». E che, per spiegarla, aggiunga che «mi piacciono i film di John Milius e di Clint Eastwood anche se sono uomini di destra: dobbiamo uscire dalle egemonie culturali e smettere di parlarci solo tra di noi». Importa poco perché Lorenzo Cherubini è partito come «ragazzo fortunato» sbeffeggiato dalla critica, si è trovato impiombato da una collocazione politica che forse gli ha dato connotati non del tutto suoi e che lo ha esposto addirittura all’augurio, rinnegato epperò ignobile, di «morte lenta e dolorosa». Ma negli ultimi dieci anni ha sfoderato una crescita inimmaginabile, addirittura trasversale, capace di inglobare il divertimento e il romanticismo, il gusto profondo dell’esplorazione musicale e quello un po’ più compiaciuto e obbligatorio di riuscire a cantare belle melodie senza essere un grande cantante. E allora ecco perché oggi lui è così atteso e, alla fine, così amato: cresce sempre. E trovatene un altro così.

fonte: ilgiornale

Jovanotti e il suo tour hi-tech(no) Avanti il tunz-tunz con umanesimo

Esaurita la vena dei concerti canonici, di tradizione (dopo Safari del resto restava ben poco da inventare), Jovanotti – uno il cui cervello non si riposa mai – si è buttato con l’album Ora sulla techno, e ha passato mesi a studiare come concettualizzare in un tour il suono di quelle canzoni, inseguendo l’idea del «siamo l’elemento umano nella macchina». L’assunto è sbocciato l’altra sera al debutto di Rimini davanti a 7 mila persone, in un florilegio di invenzioni divertenti e ad alto profilo tecnologico: per dire, c’è un software che riconosce Lorenzo e quando viene attivato, su uno schermo ad altissimissima definizione, ne riempie di linee il corpo lungo e magro, snodato come quello di certi clown di un vecchio circo, oppure la sua figura si raddoppia. Lo vediamo dibattersi in una ragnatela asettica, e capita che gli muti di colore e di disegni la giacca, moltiplicando ancora l’effetto di almeno sei cambi di costume effettuati: già, oggi Jovanotti si sente uomo di scena, versione moderna di Dean Martin o Sammy Davis jr. come ha confessato lui stesso.

Lorenzo lavora a questo suo Dean Martin del Terzo Millennio (e forse vuole convertire i discotecari) su una lunga passerella dove mostra una resistenza da campione. L’elemento umano riluce qui, mentre sul palco anche i musicisti sono un po’ bionici: la scena è tagliata in due, da una parte questo schermone a 70 kw di risoluzione, dall’altra sormontati da un bouquet immenso di torri di metallo, tre batterie, percussioni, tastiere, un’orgia di synth dentro i quali brilla l’improbabile tuta color bronzo metallizzato di Saturnino, l’uomo-basso che dà il là alle ritmiche satanasse di una serata di due ore, forse troppa. Nella quale scorre tutta la vita del Nostro, fino a lambire i primi tempi. In fondo, è qui la festa.

Già era stato un po’ scioccante l’inizio, dopo il passaggio del supporter tormentato Vasco Brondi, con un oscuro pessimismo rock. Docce scozzesi: per aprire il suo discotecone technocratico, Jovanotti aveva scelto la versione italiana di Yesterdaycantata da Claudio Villa, che lì dentro manco capivano chi fosse, ed ecco all’improvviso Piero Angela in schermo, che spiega la necessità di ricorrere alla grafica per visualizzare cose mai viste da vicino. Modernariato, robe da Quark, subito spazzate via dal Megamix e tunz-tunz. Rumore, ritmo, provocazioni culturali, il tentativo umanistico di un technocantautore che bombeggia Amami ma poi prende la via della passerella (elemento umano nella macchina) e con le scarpe di strass argentee urla «Restiamo umani» in ricordo del povero Arrigoni, mentre si impegna nel canto come mai finora.

Lo spettacolo si riposa con set acustici collettivi sulla passerella, con pezzi morbidi come A teBellaCiao Mamma , poi riprese indiavolate passano in rassegna quasi tutto Ora . Si chiude con Baciami ancoraLa bella vita incisa con Amadou&Mariam. La dicotomia giace irrisolta, la sintesi è un cantante cresciuto che guarda a Dean Martin per costruirsi il futuro. La morale è che ognuno può parlare per sé, per la propria intelligenza, e lui lo sa fare.

Lo show e i costumi «E’ stato difficile tradurre in show un disco techno. Ho chiesto a due ragazzi di “Fabrica” di limitare al massimo il numero di led che ormai usano anche a Sanremo, e i filmati ormai vecchi. Abbiamo trovato la grandissima risoluzione dello schermo, e anch’io mi volevo proporre in maniera nuova, e ho detto al costumista: “Pensa a me come a un Dean Martin sulla Luna”. Far convivere il passato con questo disco non era facile, così ho proiettato tutto verso il futuro, con 13 pezzi nuovi. Ho trovato il filmato di Angela su You Tube e volevo che me lo rifacesse, ma mi ha detto di no: “Sono stanco, vecchio, malato”. Però il filmato che mi ha dato la Rai è perfetto».

Il clima politico «E’ inutile dialogare con chi la pensa come te, devi parlare con gli altri. Con Ora volevo raccontare, senza prendere posizione. In questo clima si reagisce resistendo, trovando dentro di sé le ragioni per quello che si fa. Sono sempre stato di sinistra, credo nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nella cultura pubblica. Sono valori della società, però penso che abbiamo passato troppo tempo schiavi di un pensiero egemone. Per esempio, mi piacciono i film di Clint Eastwood e di John Milius anche se sono di destra».

Crooner «Sono un crooner elettronico, mi piace ascoltare Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis al quale ho pure preso l’idea delle scarpe scintillanti. E stavolta credo di aver cantato meglio del solito. In giugno sono stato invitato da Eugene Hutz, l’ucraino dei Gogol Bordello, a cantare al Bonnaroo Music Festival in America».

fonte: lastampa

Jovanotti in concerto: dal palco sprigiona tutto l’amore che ha

Evolutivo è il party di Lorenzo alla partenza del tour a Rimini, dal linguaggio del corpo alla tecno art. Tridimensionale come il palco diviso sotto un cielo aperto a ventre di balena e coste di luci. L’’Ora Tour’ destruttura la centralità della band con dietro il muro di schermi e lo divide fra il cinema, alla vostra destra, dove viene proiettata la video arte, e a sinistra lo studio di registrazione (l’habitat di Michele Canova, il produttore), con tre fonti del ritmo, le tastiere tecnologiche e i campioni analogici gestiti live da Christian Rigano, il pianoforte e le tastiere vintage di Franco Santarnecchi, le chitarre e il basso di Riccardo Onori, il basso e la batteria di Saturnino.

Una lunga pedana e il palco profondo, nella pancia della gente, dove si sviluppa il racconto di un concerto che esplora il futuro e il presente di un album sperimentale che ha solide radici nel passato di Lorenzo. Che è elettronico, cupo e danzante. La tensione lunga come l’ultimo album, l’introduzione di Piero Angela, i cambi d’abito stupefacenti, le scarpe scintillanti copiate da Sammy Davis Jr (un crooner elettronico, un Sammy Davis sulla luna, dice lui).

Perché Jovanotti si diverte, elegante in giacca e cravatta sottile, anni ’50, e Borsalino, a fare il crooner del Rat Pack di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Jr. ‘Megamix’ è una botta di adrenalina e ritmo, lo show rotola fra i colori delle giacche e una danza che evoca un Michael Jackson filosofo e pioniere.

‘Amami’, ‘L’elemento umano’, ‘Le tasche piene di sassi’, i passaggi acustici della mente, dell’anima e del cuore, sono un diario sentimentale, intimamente politico e sociale. Non sporcato dalla cronaca. Oltre la cronaca.

Palazzetto sold out da mesi, molte famiglie con bambini. E’ ai più giovani che Lorenzo vuole parlare, cantare, arrivare. ‘Tutto l’amore che ho’ e ‘Mi fido di te’ sono il lessico della conoscenza, di quel che ognuno mette in gioco in un amore. “Ombelico del mondo” il motore immobile di un’energia pulita. Sergio Papalettera e i Ragazzi della prateria liberano il segno della creatività, con altri artisti ospiti, il movimento sviluppa linee di luce, diventa gabbia tridimensionale.

Il set acustico raduna tutti, con chitarre, fisarmonica e percussioni, al centro e rilegge ‘Ciao mamma’, ‘Serenata rap’, ‘Piove’. ‘Quando sarò vecchio’ un momento grottesco di teatro, ‘Ragazzo fortunato’ la bella nostalgia, i titoli di coda sono cinema e ‘Baciami ancora’. Progetto in progress geniale, sintesi sperimentale e danzante di un Nuovo Mondo. Bellissimo e possibile.

fonte: quotidiano.net

Jovanotti: di sinistra non mi annoio

Elettronico, immaginifico, quadridimensionale, Jovanotti, il crooner elettronico, ha presentato al palasport di Rimini il “Lorenzo Tour 2011”.
È un concerto che fa saltare il pubblico per oltre due ore, costruito sull’ultimo album “Ora”, che monopolizza l’attenzione per i primi 50 minuti e buona parte della serata. Un fiume di suoni che nasconde messaggi evidenti, come quando in “La notte dei desideri” invita la gente a preservare la propria umanità. E “restiamo umani” era lo slogan, oltreché il titolo del libro di Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza City da una cellula impazzita di Hamas: «È stata una scelta istintiva» racconta nella notte della riviera romagnola, dopo un debutto trionfale «neanche io sapevo che quello era il titolo del libro. Ma la notte dei desideri era per lui. Oggi bisogna avere il coraggio di esporsi oppure ci chiudiamo e facciamo teatro sociale, parlando a gente che già sa. Io voglio parlare a chi non sa. La spada che compare nel concerto è simbolica: è la spada nella roccia, è guerre stellari, è l’Orlando Furioso. È il “tai-chi” che insegna a sfruttare la forza dell’avversario per buttarlo giù. Io amo John Milius che ha dato a Francis Ford Coppola l’idea di “Apocalypse now”. Amo “Cuore di tenebre”. Ho pianto quando ho visto “Invictus” di Clint Eastwood. Mi affascinava il suo ispettore Callaghan. So che sono uomini e prodotti vicini alla destra. Io invece sono di sinistra. Sono per quello che ancora oggi si chiama “welfare”. Sono per la scuola e la sanità pubbliche. Abbiamo speso troppo tempo a sentire cose assurde, usciamone».

Lorenzo, durante lo spettacolo, cambia abito sei volte, quasi fosse Kylie Minogue. Quando fa “Io danzo” si presenta in tricolore: pantaloni rossi, camicia bianca e giacca verde. Contamina le sue stesse canzoni. Danza sulla frontiera, danza e non s’annoia, no che non s’annoia. Pensa sempre positivo e il pubblico salta e canta con lui. A precederlo sul palco Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica, per lui trenta minuti di musica da ascoltare: «Con lui si balla con me no, mi è piaciuto questo contrasto» commenta Brondi «e ho percepito che la gente seguiva le mie parole. Avrebbero potuto essere indifferenti, non erano lì per me. E invece ho avuto tutta l’attenzione possibile. Lorenzo mi ha scoperto agli esordi della mia carriera. La sua curiosità, la sua ricerca di nuove forme di creatività è straordinaria. Poteva andare nei palazzetti da solo, come ha sempre fatto, e invece mi ha chiamato. Io che di certo non faccio danzare le folle».

Ma Lorenzo non è un battitore libero. È un atomista: «Nell’atomo c’è l’universo, io non faccio mai nulla da solo, neanche la musica. Passo tempo su Internet a cercare nuove forme d’arte e comunicazione. Ho fatto dieci dischi senza avere scritto una vera canzone, ora ho cambiato passo. Con questo show creo un nuovo linguaggio. L’ho studiato sei mesi e per quattro settimane l’ho provato senza sosta. Il disco è profondamente elettrico, non sapevo come sarebbe venuto dal vivo. Confesso che venerdì sera ero sconfortato, credevo di avere sbagliato tutto. Poi invece ha funzionato, anche se ci vorranno un altro paio di date per metterlo a regime. Sono un crooner elettronico e dunque anche il linguaggio deve essere elettronico».

Sul palco tre batterie e i musicisti, capeggiati dal fedelissimo Saturnino, tutti schierati a sinistra. Alle loro spalle uno schermo luminoso per i video e un impianto galattico di luci: «Non voglio “visual” preregistrati e neanche i muri di “led” che, con tutto il rispetto, hanno anche al Festival di Sanremo. L’idea era la pancia di una balena. Voglio rompere col concetto di band tradizionale come altare del concerto. Il ragazzino oggi non vuole suonare la chitarra, vuole essere un polistrumentista, ha una visione. Il mio è un concerto per il futuro, ogni venti minuti ricomincia».

fonte: il secolo XIX

Concerti, il debutto di Jovanotti a Rimini

Facendo l’ovvia premessa: se sono andato fino a Rimini per vedere la prima del tour di Jovanotti non è perché mi ci hanno mandato, ma perché ci volevo essere. Ero curioso, perché il disco (“Ora”) l’ho ascoltato tante volte e volevo capire come sarebbe stato riproposto in uno spettacolo dal vivo. Cosa mi è piaciuto, dunque? Il coraggio di mettere in scaletta tante canzoni (relativamente) nuove, molte proprio all’inizio: una scelta rischiosa e complessivamente vincente. Il suono: eccellente, a dispetto dell’acustica da palasport. La disposizione del palco, con i macchinari e le strumentazioni da un lato e il megaschermo dall’altro. L’energia e l’intensità con cui Jovanotti ha occupato più di due ore di show (secondo me, un quarto d’ora in meno sarebbe il giusto: alla fine, a dispetto dei personal trainer, l’artista era stremato). L’esecuzione vocale: Jovanotti non sarà un cantante in senso stretto, ma le sue canzoni può interpretarle solo lui con il senso e l’emozione giusti. La band: oltre a Saturnino “Goldmember”, gli altri fanno anche più del loro dovere, ma senza strafare, il che è apprezzabilissimo. Cosa mi è piaciuto di meno? Il corredo visuale. Che è fantasmagorico, modernissimo, anzi all’avanguardia, spesso sorprendente, ma ha il difetto, agli occhi di un estimatore convinto come me, di distrarre l’attenzione dal protagonista, perché quando lo schermo rilancia gigantesca l’immagine di Lorenzo si finisce col guardare il simulacro e non la persona vera e viva sul palco: che invece merita tutta l’attenzione. Non so come dirlo meglio: ma in un DVD tutto quello che abbiamo visto l’altra sera a Rimini ci starebbe benissimo, dal vivo mi è risultato un po’ invadente. Ci sono stati un paio di momenti a sala tutta illuminata, sabato sera, e sono stati i migliori, quelli in cui si leggeva meglio l’effetto che suscita sul pubblico il fascino spontaneo e travolgente di Jovanotti. La faccio breve, e finisco qui.

fonte: rockol.it

Jovanotti, un concerto per il futuro. «Mi sono ispirato a Sammy Davis»

Se Lorenzo Jovanotti ha un merito, e non è da poco, è quello di avere il talento della spugna. Assorbe e fa proprio tutto ciò che gli passa a tiro e lo stuzzica. E il nuovo tour ne è la testimonianza diretta della voglia di crescere, di capire, di migliorare, di stupirsi: «Stasera ho perfino cantato bene» dice dopo il debutto, seduto al tavolo di un ristorante di Riccione. L’aria è soddisfatta, la tensione della prova dal vivo si è sciolta, il più è fatto. Racconta Jovanotti: «Per questo show mi sono immaginato come un crooner elettronico, un Dean Martin o un Sammy Davis sulla luna. Sono due cantanti formidabili, come del resto Frank Sinatra. In qualche modo mi sono ispirato a loro. A Sammy Davis ho copiato pure le scarpe di strass». Sorprendente, ma l’ispirazione non conosce confini. E non finisce qua: «Per il palco ho chiamato il designer dei Linkin park, perché avevo visto il loro spettacolo e m’era piaciuto il tentativo di rompere con l’idea solita dei musicisti disposti come su un altare». Ancora: a un certo punto sul megaschermo ad altissima risoluzione scorrono le proteste del Cairo, le donne a piazza del Duomo, il gaypride di Rio: «Di utilizzare quei filmati me l’ha suggerito You tube, dove un ragazzo aveva inserito un video di La notte dei desideri con le immagini dell’Iran. L’ho chiamato e gli ho detto, ti rubo l’idea».

E c’è anche un piccolo furto nell’archivio di casa: le immagini da bambino scovate in un super 8 girato dal padre. E’ fatto così Jovanotti, altrimenti il ragazzotto che cantava «E’ qui la festa» con la zeppola in bocca non sarebbe diventato uno dei personaggi di prima linea della nostra pop music, uno che può vantarsi di fare spettacoli con l’ambizione d’essere all’avanguardia. Così eccolo, l’altra sera al 105 Stadium di Rimini (zeppo come un uovo, con 7000 spettatori), fare fuoco e fiamme con un concerto spettacolare, a tratti lungo, musicalmente generoso che comincia in modo rutilante, con mezz’ora secca di techno che bombarda il pubblico pescando nei materiali dell’ultimo album, «Ora», pezzi come «Megamix», «Falla girare», «La porta è aperta». Mentre il palco che rinuncia al classico led («ce l’hanno pure a Sanremo») fa sfoggio di uno schermo che sdoppia e avvolge il corpo di Lorenzo di gomitoli di raggi laser. «Questo è un concerto per il futuro, non sul passato», assicura. E, allora, mani affondate nel nuovo materiale (13 pezzi dall’ultimo cd), mentre gli hit (ci sono, comprese «Penso positivo», «Ombelico del mondo», «Ragazzo fortunato» e le ballad «A te», «Mi fido di te», «Baciami ancora») sono confinati nella seconda parte, dove c’è pure spazio per un set acustico (con «Piove», «Bella», «Fango»). Insomma una prova ambiziosa dal punto di vista estetico e da quello fisico visto che corre come un disperato e non ha mai il fiatone («ho il preparatore di Pantani e Alonso e faccio 40 minuti di jogging ogni mattina»). A un certo punto, vestito di bianco, rosso e verde, Jovanotti canta «Io danzo», baccanale ritmico, estensione dell’antico «Penso positivo» che intona «Ci rubano le password/Ci frugano nel bancomat/… /Ci perquisiscono/Eppure non mi sono mai sentito così libero», mantra spericolato coi chiari di luna che ci circondano, ma Lorenzo, quello di Emergency, delle lotte, ha una nuova filosofia: «Resto di sinistra, ma non me la sento in questo clima di fare teatro sociale o parlare a chi è già d’accordo. Se volessi fare la lista dei motivi che ci sono per essere tristi sarebbe assai più lunga di quelle di Fazio e Saviano. Invece voglio parlare a chi non è convinto, non ne posso più delle egemonie culturali. John Milius è un uomo di destra, ma è un regista che adoro. Alla fine dello spettacolo brandisco una spada dorata come un Alberto da Giussano o un Orlando furioso, quello è il simbolo del riscatto». Il tour di Lorenzo proseguirà, per ora, fino a metà luglio. In buona parte è già sold out, farà quattro tappe a Milano e due alla curva sud dell’Olimpico, l’8 e il 9 luglio: «Si, avrei potuto anche farne una sola con tutto lo stadio, ma non mi sento pronto. Sarei andato in agitazione». A giugno il tour si interrompe perché deve tornare in America: «Mi hanno invitato al popolarissimo Bonnaroo festival nel Tennesse, non voglio mancare».

fonte: ilmessaggero

Nella grande notte di Lorenzo anche i complimenti della Pausini

Dopo il concerto, uno dei primi sms che gli arriva è quello di Laura Pausini, che si era ‘mescolata’ tra il pubblico del 105 Stadium. «Che spettacolo, Lorenzo!». L’avessero avuto il suo numero, gli altri 6mila (anzi, quasi 7mila) presenti l’altra sera al Pala105 per la prima del suo nuovo tour, a Jovanotti sarebbero arrivati milioni di messaggini…

«Che forte Laura, si è divertita proprio. E detto da lei…». Ma si è divertito, tantissimo, anche Lorenzo Cherubini. E ha tanta voglia di parlare, di raccontarsi. Del nuovo ‘live’, dei giovani, della politica («Io voto a sinistra, ma mi piacciono i film di Milius e Clint Eastwood che sono uomini di destra: dobbiamo uscire dalle egemonie culturali»). E di Rimini. Durante il concerto, mentre cantava romanticamente «Come musica» seduto vicino al pianoforte, ha mostrato la tazza da cui beveva. Primo piano sulla scritta, «I love (col simbolo del cuore) Rimini», e ovazione del pubblico…
«L’ho scritto io, a mano, su quella tazza. Ed è vero, è proprio così: io amo questa città, per me Rimini è fantastica».

Per questo ha deciso di ripartire ancora una volta da qui per il nuovo tour, come nel 2008 per ‘Safari’?
«A Rimini mi trovo bene. E poi, dove la troviamo un’altra città che ci lascia il palasport per due, tre settimane intere, permettendoci di provare? Finché non avrete una squadra di basket importante…».

Quindi non c’è due senza tre.
«Eh, vedremo. Io adoro la Riviera, e tornerò molto probabilmente in concerto qui quest’estate (allo stadio di Riccione, in agosto). Sto benissimo, in queste due settimane sono andato via in bicicletta e sono andato a correre tutti i giorni sulla spiaggia. Certo che c’è un traffico a Rimini. Troppo caos sulle strade».

Al concerto si sono visti tantissimi ragazzi, anche molto giovani. A 44 anni riesce a mettere d’accordo due generazioni intere.
«E’ vero, e c’erano ragazzini e ragazzine che cantavano a memoria le mie canzoni. Mia figlia Teresa (seduta vicino a papà durante l’incontro con la stampa dopo il concerto, al ristorante da Fino) ha riempito il suo iPod con le mie canzoni. Questo è impensabile per quelli della mia età. La musica dei nostri genitori non era certo la nostra. Quando ascoltavo le canzoni di mio padre, mi dicevo: ‘che p…’. Invece oggi genitori e figli condividono tante cose». E Teresa sembra la copia di Lorenzo. Solo con più lentiggini e i lunghi capelli biondi sulle spalle…

fonte: il Resto del Carlino – Rimini