“Ora ripenso positivo”

Bella intervista a Lorenzo Jovanotti su L’Espresso di questa settimana (leggi la versione integrale) che racconta il suo ‘Ora Tour 2011’ e dice: “L’ottimismo è la mia forma di resistenza”.

Parla dei motivi che ci sono per essere ottimisti che “ci sono, ma vanno cercati, l’ottimismo è una forma di resistenza. […] Miliardi di persone, a cominciare dal Brasile e dall’India, stanno riprogettando il futuro… In Nord Africa i ragazzi fanno la rivoluzione, chiedono democrazia, istruzione, di poter fare all’amore, ascoltare musica, conoscere il mondo. Anche per questo abbiamo il dovere morale di essere ottimisti”.

Una rivoluzione che parte da internet, con cui “il mondo potrebbe compiere un salto evolutivo impensabile. Basta guardarsi attorno: ovunque la sensibilità ecologica si sta risvegliando. Le possibilità della comunicazione e della conoscenza stanno crescendo ogni giorno”.

Racconta la genesi di Ora: “Il nuovo disco l’ho preparato via mail lanciando domande al filosofo Franco Bolelli, per me una figura tra lo sparring partner e l’oracolo degli “I Ching”. Attraverso questo dialogo, che poi è diventato un libro, “Viva tutto!”, ho messo a fuoco le idee sia del nuovo album che dello spettacolo”.

Il mio è un lavoro sul contro-immaginario. Musica per ballare e divertirsi, ma anche stimoli per riflettere sul presente, uno spazio in cui il pubblico possa connettersi con il mondo e provare a dargli un senso”.

“Il pop di casa nostra è arroccato nella forma canzone. Stiamo ancora scrivendo come De Gregori e Dalla. Grandissimi cantautori per carità. Ma intanto negli Usa c’è Lady Gaga, ci sono i Black Eyed Peas e gli Arcade Fire. Ci vuole coraggio per cambiare. A vent’anni è facile, a quaranta lo è di meno”.

Sulla musica, le canzoni sono “la forma d’arte più potente e popolare che c’è. Sono stato un mese in Iran, un viaggio in bicicletta dall’Armenia a Teheran. Un Paese dove ragazzi e ragazze non possono ascoltare rock, né tenersi la mano per strada o entrare in un bar insieme. Valori per i quali loro rischiano la vita. L’idea che ci siano ragazzi che rischiano la vita per un concerto rock ti fa riflettere. Ti mette di fronte alle tue responsabilità”.

E per finire “Ai miei concerti arrivano ragazzi di vent’anni, gente della mia età ma amche bambini di dieci anni. Penso sempre che fra questi ci sia qualcuno che vede un concerto per la prima volta; e mi piace pensare che per lui possa essere un’esperienza fantasmagorica, un ‘emozione indimenticabile. Del resto l’età non è più un fattore vincolante come una volta. Vasco docet! I Gorillaz hanno quarant’anni e un pubblico di ragazzini che li adora.”