“Ora” – La recensione di Rolling Stone

Fabio De Luca recensisce ORA per RollingStone. Voto: 4/5 stelle

Il concitato passaparola delle settimane precedenti l’uscita annunciava trattarsi del Confessions on a Dancefloor di Lorenzo Jovanotti. Cosa che, tutto considerato, non sarebbe stata un brutto risultato: chiusura del cerchio con gli spensierati esordi “da club”, conseguente salto quantico verso la maturità eccetera eccetera. A questo eravamo pronti, questo ci aspettavamo. Prima, però, c’era il confronto con quel piccolo capolavoro che fu l’ultimo Safari: summa perfetta d’ogni jovanottitudine presente e passata, prova provata di quella famosa Grande Chiesa che parte da Flavor Flav e arriva fino ai Muccino junior e senior (passando – per quanti “oooh” di meraviglia possiamo aver allora modulato – pure per gli Arcade Fire). Ce la farà? Non ce la farà? Si ripeterà (“Sì, bravo, però…”)? Il dilemma c’attanagliava: ma sul serio, perché Lorenzo è uno che istintivamente sta simpatico (“Ci stava simpatico pure quando ci stava sul cazzo”, come saggiamente dice un amico mio), e si vorrebbe poterne sempre dir bene.

Quindi? Quindi finisce che Ora è una summa jovanottiana ancor più complessa: vero miracolo d’inclusione e di stoccaggio, dove trovan spazio i riff paraculi alla Black Eyed Peas, “…ma anche” (come nelle barzellette su Veltroni) gli abissi d’intimità alla Tenco/Brel; i famosi lenti che gli riescono con tanta naturalezza, ma anche certi svolazzi coral-cubisti genere Animal Collective (ad esempio in Megamix); le zanzare acide che quasi non ci si crede, ma pure un momentone alla Billy Joel/Randy Newman come Le tasche piene di sassi. Tutto, tutto, tutto.

Un filo conduttore però c’è, anzi due. Il primo è esattamente quello della premessa. Ora è, a tutti gli effetti, il Confessions on a Dancefloor di Lorenzo: nel senso dell’album che chiude un lunghissimo ciclo ricongiungendosi con le origini, discotecare, e dunque con un suono che è funky e “di studio”, artificiale (ma in quel senso entusiasmante che la nozione di artificiale ancora aveva a metà degli ’80) più che organico. L’altro filo è quello della curiosità e della naturale predisposizione a lasciarsi attraversare che da sempre lo contraddistingue. E dunque il suo essere per metà dj e per metà cantautore (classico, da tv in bianco e nero), riuscendo – nel tempo – a trovare sempre più un senso dentro questo equilibrio, a progredire pur conservando tracce del proprio passato, integrandole con le nuove, moderne passioni. In Italia, nessuno lo fa meglio di lui. Bravo davvero.