Ora sul Secolo XIX

Jovanotti: «Chi mi risponde?»
La prima volta lo vedi con il cappello a quadretti che spunta dalla tasca dei pantaloni, preso a stringere mani. Poi ricompare vestito di nero, impeccabile, con una sgargiante camicia: «Un po’ Craftware, un po’ Garibaldi» dice, mentre accompagna il torrente di immagini scelte accuratamente da Internet per spiegare quello che un musicista fa fatica a raccontare: il suo ultimo, doppio album. Jovanotti presenta “Ora”, oggi nei negozi, e lo fa come un fiume in piena, racconta con le fotografie il mondo interiore che lo ha portato fino a qui. Pieno di domande nate dal ripetersi dei piccoli gesti, dal guardare in alto, dal vivere un dolore.

Eccole, le risposte di questo “ragazzo” toscano di 44 anni, con lo sguardo che sorride. Eccole nello scorrere di immagini e perché. Vedi Dean Martin, charme d’altri tempi, che ammicca dallo schermo e lui, il Jovanotti nato Cherubini, spiega: «Mi sono vestito bene perché ho lavorato un anno, volevo rendere omaggio a quelli che hanno condiviso con me. È vero, è solo un album di canzoni, ma mentre lo si fa ci si concentra. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. E io sono un privilegiato, nel lavoro, perciò tengo a essere elegante in un posto elegante».

Come dargli torto: dal 31.mo piano del grattacielo Pirelli, Milano è bella, prima incendiata da un tramonto opaco, poi enorme anello luccicante. Già, la bellezza. Quella che Jovanotti cerca in ogni attimo, in ogni pensiero, quella che spinge la sua ricerca mai sazia attraverso il mondo. Bello, strano e commovente è il modo con cui si racconta e descrive il frutto del suo chiedersi il perché. In cui accosta l’immagine dell’architetto Giò Ponti, chino sulle sue carte, ai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia: «Pensavo al nostro Paese quand’ero all’estero, allontanarsi è un modo efficace per capire». Per farsi domande. Parla di politica, Jovanotti, che al premier Berlusconi non lesina una frecciata, mostrando un illusionista che gli somiglia in modo sorprendente. Poi, più esplicito, con calma, dice che del momento attuale non gli piace «l’incompetenza nei posti di potere, la presenza nei posti di comando di persone che non sanno comandare». E anche: «Berlusconi? Non l’ho mai capito, sono vent’anni che ci provo. Aspetto solo che mi convinca del contrario, ma finora non è mai successo». Chiede un progetto, Jovanotti, al posto della politica. «L’entusiasmo che ha accolto Obama, negli Stati Uniti, è curativo, eppure loro hanno più problemi di noi. E vi dico che sarei disposto anche a pagare più tasse, se fosse per far star meglio il mio Paese». Si guarda avanti, ma anche al passato. Alla dance che fa ballare in tempi di crisi, al rock che non ha un’epica di grandi numeri e di adunate oceaniche, ma nasce nei “buchi”, magari nella New York che ha conosciuto, in piccoli locali che «al massimo tengono duecento persone». Si torna al giradischi che ha fatto iniziare l’avventura.

Perché, dice Jovanotti «volevo fare il dj, non avrei mai pensato di poter scrivere una canzone». E invece, eccolo davanti alle 25 tracce di un progetto ambizioso, di questi tempi, in cui la musica si ascolta nell’iPod ed è misurata sui tempi di un viaggio in autobus. Ci sono le grandi domande, c’è un giovane uomo tornato bambino che aspetta invano la mamma davanti alla scuola. Resterà solo, con “le tasche piene di sassi”, così recita la sua canzone, e la sensazione di essere inerme davanti alla solennità della morte. Ma la tristezza è solo in una nota: «Ho lavorato a questo disco con mia madre che stava male, entrando e uscendo dall’ospedale» racconta «essere un personaggio famoso mi ha portato a essere chiamato spesso da medici e infermieri, magari per portare sollievo a un bambino ricoverato. Perciò ho pensato: questo disco deve dare allegria, emozioni, commozione. Deve far star bene la gente, essere pervaso d’amore».

Lo stesso che gli incrina la voce quando quasi sparisce dietro al microfono per mostrare il viso della mamma, mentre gioca come una bambina e ride, insegnando alla nipotina Teresa come volare saltando la corda. Bambino è anche Lorenzo, che ama il luna park. Ne ha fotografato uno in Armenia, lo proietta davanti a tutti e dice: «È il più triste della Terra, ma è pur sempre un luna park, e il giro sulla ruota mi è piaciuto». E davanti agli autoscontri, al luna park della sua Cortona, ha avuto un moto d’orgoglio: «Quando ho sentito una mia canzone». Si chiede che senso abbia buttare la spazzatura ogni sera, parlare con i cani, farsi clonare le password, e la risposta è sintetica quanto inafferrabile: tutto questo non importa, siamo liberi, di scegliere e di volere. Come il cavallino di Maurizio Cattelan, che nella copertina interna dell’album sembra si alzi in volo, per scalciare al vento la sua voglia di vivere.

autore: Elena Nieddu


La recensione
Salite in macchina, accendete il suono. Chiudetevi in una stanza, accendete le canzoni. Andate a correre e infilate l’iPod. E per una volta prendetevi il tempo. Vi servirà per perdervi in un album magistrale, semplice e diretto come un pugno, delicato come dovrebbe essere la nostra esistenza. Jovanotti supera le diffidenze, ne subisce ancora, e ci spara come un razzo in un diluvio di parole, di pensieri, di immagini che sfrecciano come comete. Per una volta un disco italiano suona davvero internazionale.

Quando intona “il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te…” ed esclude tante icone, dal Vaticano a Lady Gaga, chi ascolta capisce subito di essere a bordo di una navicella che sbanda allegra per una traiettoria ben precisa. Per non essere un musicista puro, Jovanotti ha un’idea contemporanea del suono che dilata le percezioni. Così “Ora” è un po’ punk, un po’ rock, un po’ John Cale, un po’ Lou Reed, anche un po’ Tom Waits per l’invenzione.

Non si sgomentino i puristi, “Megamix”, “Le tasche piene di sassi”, “L’elemento umano” non somigliano praticamente a nulla che abbia fatto prima Jovanotti. Sembra anche di aver già ascoltato quel flusso inarrestabile di parole sul vivere comune, ma c’è molto di più. Intanto c’è l’idea che il suono venga prima di qualsiasi confezione. E il suono in “Ora” è saggezza, speranza, verso declamato e ricordo della madre, scomparsa lasciando un grande vuoto ma anche il segnale luminoso che tutto rimane impalpabile nell’orizzonte che segue.

“La bella vita”, “Sulla frontiera”, “Sul lungomare del mondo” sono tanti raggi di una ruota che gira vorticosa, di un talento che non si è fermato, fortunatamente per noi, al successo. Prendete l’auto, le sneakers, l’iPod e tenete un tempo che sia il più naturale possibile. Una volta c’era la psichedelia, ora Jovanotti prova a farci perdere il senso del nulla. Bravo.

autore: Renato Tortarolo