Jovanotti non vede l’Ora

Una presentazione in grande stile quella di Ora, il nuovo album di Jovanotti, al Grattacielo Pirelli a Milano. Un Lorenzo disponibile, impegnato a dir la sua su molti temi, dalla musica alla famiglia, dalla politica all’arte – dietro l’artwork di Ora c’è lo zampino di Maurizio Cattelan – dal superamento delle difficoltà fino alle fonti di ispirazione di questo disco, come al solito tantissime. C’è da dire che il disco viaggia su altri ritmi rispetto a Safari. Qui il vibe è decisamente più elettronico, quasi da dancefloor, e il mood e apparentemente spensierato è dato soltanto dalla ricerca di sonorità al passo coi tempi. Il fil rouge del disco? L’oggi, inteso come l’apprezzamento e la celebrazione di quel che va ora. “Voglio fare un disco che fra due anni sia considerato vecchio”. Da qui gli accenni elettronici di Ora, perché “quando c’è crisi torna sempre di moda la disco”, spiega Lorenzo, perché la gente ha voglia di divertirsi. Lo sa bene Jova, essendo partito proprio da lì.

Il trentunesimo piano del Grattacielo Pirelli è stipato di giornalisti di ogni ordine e grado, dai quotidianisti ai blogger, nell’enorme sala con vetrate che fanno entrare da entrambi i lati lo skyline di Milano ingrigito dallo smog, un proiettore trasmette le immagini più significative degli ultimi due anni di Lorenzo, che ha passato il 2010 in studio di registrazione insieme al produttore Canova e alla sua band (Saturnino presente in sala insieme al pigmalione Claudio Cecchetto). ”Vi abbiamo invitato in questo luogo spettacolare, significativo per raccontarvi il mio disco anche se chi l’ha fatto sicuramente è la persona meno indicata, perché era coinvolto nella realizzazione del progetto, non sa bene le dinamiche che hanno scaturito. Chi l’ascoltato come voi ha sicuramente una visione più lucida”.

Completo nero con cravatta en pendant e camicia rossa (un omaggio ai Kraftwerk, racconta Lorenzo), Jovanotti è in vena e racconta con una slide show di immagini – “ne ho raccolte più di cento”, spiega – quel che rappresenta un viaggio nell’immaginario di Ora. Dal luna park più triste del mondo che Jova ha visto durante un viaggio fra l’Armenia e l’Iran, che è “il sì più triste del mondo, ma è pur sempre un luna park. Quando sono salito sulla ruota alla fine mi è piaciuto”, ad una foto di Totti e Maradona abbracciati, passando per un locale iraniano dalla clientela solo maschile. “Però è strano l’Iran, perché le donne si vestono con vestiti sgargianti in casa”, segue foto di un bazar con abiti laminati dorati e argentati. Lorenzo sembra essere affascinato dalla diversità delle realtà che visto e fotografato, dai volti delle persone che ha incontrato. Un approccio quasi da esteta alle cose, senza accenni critici alla realtà politica odierna. Soltanto alla fine della conferenza si aprirà a qualche rivelazione sulla sua mai nascosta inclinazione politica, sulla sua vita, piuttosto scombussolata negli ultimi tempi da una serie di eventi dolorosi che hanno segnato il suo cammino artistico.

Gli si chiede con quale meccanismo sia riuscito a superare tutti questi scossoni, e anche se subito non trova le parole poi riflette e capisce. “Si superano certe cose impegnandosi di più, sacrificandosi. Ad esempio, nel mio campo, la discografia, c’è una crisi enorme: ma io sono andato dal direttore della mia casa discografica a chiedergli più investimenti, a chiedergli un disco di venticinque canzoni, a chiedergli un video che costa come un film… per dire che in situazioni di crisi non bisogna diminuire l’energia, ma aumentarla. Se il pubblico compra meno dischi facciamo in modo che il pubblico abbia più voglia di comprarli con album ancora più belli”. Psicologicamente il distacco dalla madre non è stato semplice. “Ho cercato di compensare quella mancanza lavorando di più, ma non solo. Mia mamma si è ammalata gravemente tanto tempo fa dopo la morte di mio fratello. Poi c’è stato un evento e la situazione si è complicata. Ho fatto questo disco insieme a lei, andando avanti e indietro dallo studio all’ospedale. Avevo l’esigenza di fare un disco che facesse prima di tutto ballare, che mi facesse trovare l’entusiasmo”. Negli ospedali Lorenzo non passava di certo inosservato. “Quando entravo in ospedale mi chiamano a destra e a manca, mi chiedevano di entrare nelle stanze di altri malati. ‘C’è una signora che ti vuole conoscere, etc…’. Vivere un esperienza del genere da personaggio famoso magari mi portava a sopravvalutare il mio ruolo, a pensare di essere uno che ha il mandato di far star bene le persone. Volevo dargli un po’ di sollievo, anche perché la mia musica è ricordata per la sua positività”.

Jovanotti così entra in studio con l’idea di fare un album che faccia star bene, non tanto che parli d’amore nei testi ma che ne sia pervaso. “Nelle canzoni di questo disco l’amore pervade tutto, per il modo in cui è fatto”. C’era la volontà di rispettare il lavoro di tutti, di dire con questo disco che è importante che ognuno faccia bene il suo. “La mia mamma era molto orgogliosa del mio lavoro, e quindi a lei piaceva la mia musica più allegra. La sua canzone preferita era What A Wonderful World di Louis Armstrong,così in questo disco ho cercato di mettere il più possibile canzoni felici”.

Da qui l’idea di Jovanotti di non rifare Safari, malgrado il successone di vendite e critica. “Voglio fare un disco che potrebbe fare anche un bambino con Garage Band. Poi ovviamente non è così, perché tutti gli strumenti sono suonati e riversati sul computer. Volevo fare in modo che ci si innamorasse del nuovo. C’è una poesia di Bertold Brecht, che diceva: ‘Disprezza il vecchio e sostieni il nuovo’. Quando eravamo in studio andavamo ad ascoltare i dischi di Lady Gaga, di Rihanna, dei Black Eyed Peas e di Deadmouse, uno che slega davvero. Questa è la musica di oggi, non voglio pensare che sia bella o brutta, ma questa è. Da lì siamo ripartiti”.

Inevitabile la domanda sulle questioni politiche e giudiziarie che hanno coinvolto ultimamente il Presidente del Consiglio. “Dare un parere originale è difficile, sinceramente, se fossi un comico me la caverei con una battuta, ma non essendolo, non so che dire. Io non ho mai votato Berlusconi, non l’ho mai capito. A volte ho parlato con gente entusiasta, cercavo di leggere il perché di tanto entuisiasmo ma non ce l’ho mai fatta. Non è Ruby il problema, per me non cambia nulla. La sensazione è sempre la stessa”. Jovanotti è convinto che in un primo momento la maggioranza degli italiani, ai tempi di Forza Italia, abbiano votato Berlusconi perché poteva fare qualcosa di buono per il paese. “Io rispetto tutti, rispetto la democrazia, aspetto che mi convinca del contrario, ma sono vent’anni che non mi succede. Sono pronto per cambiare idea, mi piacerebbe anche chiedere scusa se sbaglio”.

L’alternativa a Berlusconi? Non deve essere qualcosa di raffazzonato o immaginario, ma di concreto. “Quello di cui l’Italia ha bisogno è un progetto. Prima avevo delle parole che mi emozionavano come speranza o sogno oggi abbiamo bisogno di capire che cosa si fa sulle cose urgenti, la scuola, il lavoro, la sanità, sono preoccupato di quello che penso a volte. Ci sono persone che mi sembrano in gamba da entrambe le parti. Mi piacerebbe non votare a sinistra perché non c’è più, perché invece della sinistra c’è un progetto per l’Italia, fatto da gente in gamba. Sicuramente politici, quelli che lavorano che si confrontano”. Si capisce che su Vendola il giudizio è positivo, così come lo è sull’amicone di sempre, Walter Veltroni. “Mi piace Vendola, ma mi piace molto anche Walter, a volte mi piace pure Granata, è in gamba. Sarò un pazzo, ma sono sicuro che Fini e Vendola abbiano effettivamente qualcosa da dirsi. Come probabilmente hanno qualcosa da dirsi Granata e Chiamparino,anzi ne sono sicuro. Parlatevi”. Poi l’inevitabile paragone con l’America, con l’atmosfera che si viveva con l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama. “La cosa bella quando ero negli Stati Uniti durante l’insediamoento di Obama, era l’entusiasmo per qualcosa di nuovo. La novità è una ricchezza enorme, e questo probabilmente l’hanno vissuto in molti quando è nata Forza Italia vent’anni fa. Io personalmente no”.
di Luca Garavini – RollingStone.it