Jovanotti fa lezione ad Harvard

Ad Harvard, nel più antico ateneo degli Stati Uniti, oggi Jovanotti salirà in cattedra per parlare di un tema strettamente collegato alla bontà, al bene, alla solidarietà e all’empatia col genere umano: il rapporto tra musica e diritti umani. Un invito che, oltre a impreziosire la tournée statunitense di Lorenzo, suona anche come un alto riconoscimento all’instancabile richiamo della sua musica al desiderio di un mondo migliore e alla responsabilità di tutti per guadagnarcelo.

Jovanotti scrive dall’America per raccontare lo spirito e le intenzioni con cui si appresta a salire sullo scranno della prestigiosa istituzione universitaria. E lascia intendere che non rinuncerà al suo modo di essere, diretto e spontaneo, anche in questa solenne occasione. “Ad Harvard – scrive Lorenzo -, dove sono stato invitato a raccontare il mio punto di vista su musica leggera e diritti umani, parlerò quasi solo di emozioni. Della conoscenza che si acquisisce attraverso le emozioni come qualcosa di diretto e incancellabile”.

Di emozioni, domani, Lorenzo arricchirà ancora il suo bagaglio. Perché sarà la prima volta di un cantante italiano di fronte agli studenti di Harvard, giovani di un grande paese che, soprattutto in termini di storia del rock, può vantare esempi di musica al servizio degli ultimi, dei diseredati, dei poveri, contro la guerra, l’apartheid, il razzismo, che vanno da Bob Dylan a Springsteen a Michael Jackson, per citare solo i più popolari.

Allora, quale relazione esiste, per Jovanotti, tra la musica popolare e la diffusione e la difesa dei diritti umani nel mondo? “Nessuno può farsi un’idea di cosa siano i diritti umani se prima non vive e non riconosce l’esperienza di essere prima di tutto un umano in un mondo di umani – risponde Lorenzo – e in questo senso la musica è un mezzo adatto, preciso e anche efficace. Parlerò della mia storia di ragazzo che ha visto il mondo trasformarsi in un luogo interconnesso dove siamo in grado di annullare le distanze”.

Annullare le distanze. Per Lorenzo è sempre stato una sorta di “undicesimo comandamento”. Uno a cui è impossibile dare del “lei”, Lorenzo, da sempre. Dagli esordi da sorridente deejay negli anni Ottanta, capelli cortissimi, inseparabile cappellino con visiera, t-shirt sgargianti, monili di estrazione hip-hop, profeta del divertimento giovanile col suo gergo metropolitano. Poi, nel periodo “adulto”, quando i capelli crescono come radici e abbracciano il mondo e i suoi ritmi, dall’Africa all’America Latina, quando anche l’America del rap si arrende a quella del funk.

E’ il Lorenzo che diverte anche quando canta per chiedere l’azzeramento del debito dei paesi poveri, incontrando il premier Massimo D’Alema assieme a Bono nel 2000. E’ il Lorenzo che fa squadra con Pierò Pelù e Ligabue per urlare il “no” alla guerra in Il mio nome è mai più, destinando i ricavi del disco a Emergency. E’ il Lorenzo che nell’estate del 2005 infiamma il Circo Massimo urlando “Roma, l’Africa ti chiama!” durante il concerto italiano del Live8. Prima di internet e della comunicazione mobile, Lorenzo era destinato a polverizzare le distanze. Con la musica.

Ma qui la domanda è un’altra, come altra è la distanza da colmare. “Perché allora la musica? – si chiede Lorenzo -. Cosa c’entra la musica con la giustizia sociale, con i diritti umani, con la povertà estrema, con le libertà individuali? La musica c’entra perché la musica, come dire… lo sa. Un musicista all’interno della sua musica fa esperienza di un tipo di utopia realizzata. La musica, intesa come luogo dello spirito, è uno spazio in cui si realizza un tipo di giustizia che fuori dalla musica non esiste. E allora può succedere, anzi succede, che un musicista, un artista senta il bisogno naturale di colmare quella distanza che divide la musica come luogo di equilibrio dalla realtà come spazio di evidenti ingiustizie”.