New York Stories

nystoriesTre mesi intensi a New York a suonare con il suo Soleluna NY Lab in piccoli club. È finito tutto in un album, OYEAH, distribuito negli Usa dalla Verve Forecast ma non in Italia, per scelta dell’artista. Ma le esibizioni, i dietro le quinte, tutta l’avventura americana è diventato un dvd in vendita con XL di dicembre-gennaio a 9.90 euro più il prezzo della rivista

Non si vede in giro, non è in tour, eppure Lorenzo non è mai stato così presente. I progetti che Jovanotti sta portando avanti contemporaneamente sono infiniti. È sua la voce che chiude il nuovo film di Gabriele Muccino, Baciami ancora, in uscita il 29 gennaio, sua la canzone interpretata. Poi sta lavorando a una nuova opera dopo La parrucca di Mozart: «Il libretto l’ho quasi finito», ci spiega Lorenzo, «Bruno De Franceschi sta finendo la musica. È su Rossini, sull’opera buffa, a scopo artistico didattico per i ragazzi. Stiamo facendo una trilogia su tre grandi leggende della musica operistica. Prima c’è stato Mozart, ora Rossini, il terzo vediamo».
Ma non basta. C’è anche un nuovo album da comporre, seguito del fortunatissimo Safari di due anni fa.
«Sì ma senza scadenze, mi sto orientando, sto ascoltando musica, riprendo in mano la chitarra, butto giù idee, a gennaio con i musicisti iniziamo a prendere appunti… Produttore e ospiti? Non credo nel produttore che chiami perché hai letto il suo nome su un disco. Bisogna creare le condizioni, parlare di musica, andarci a cena. Ti direi che mi piacerebbe lavorare con Rick Rubin ma non sono sicuro che a lui piacerebbe lavorare con me perché non sa neanche chi sono. Ecco, piuttosto ti direi: mi piacerebbe conoscere rick rubin, parlare con lui di dischi per mezz’ora più che lavorarci, sarebbe anche più utile per me».
Ma se c’è un progetto cui Lorenzo Cherubini tiene particolarmente in questo momento è quello che testimonia la sua esperienza americana. La scorsa estate ha passato tre mesi intensi a New York a suonare con il suo Soleluna NY Lab in piccoli club. È finito tutto in un album, OYEAH, distribuito negli Usa dalla Verve Forecast ma non in Italia, per scelta dell’artista. Ma l’artista in questione ha voluto invece che le esibizioni, i dietro le quinte, tutta l’avventura americana diventasse un dvd dallo stesso titolo, in vendita con XL di dicembre-gennaio.

Lorenzo, com’è andata?
«È stata un’esperienza incredibile. Ovviamente il pubblico era composto per un 50% da italiani, ma è un piacere incontrarli all’estero. A New York ce ne sono tantissimi, sia la seconda generazione di immigrati che quelli che vanno lì a lavorare, la famosa fuga degli italiani all’estero, quelli che hanno qualità che qua non vengono apprezzate. Dalla ristorazione alla scienza. E poi c’erano anche molti americani, curiosi, habitué dei locali, che magari mettevano i commenti su twitter e si spargeva la voce».
E hai voluto regalare al pubblico, oltre ai tuoi successi, anche brani della tradizione italiana, da Tenco a Buscaglione a Celentano.
«Sì, è fisiologico, come l’elastico, più lo tiri e più si tende. Più mi allontano più la nostra musica la sento vicina. Abbiamo una tradizione musicale meravigliosa, il dopoguerra, da Modugno in poi. Una capacità di scrivere canzoni e melodie unica, e in giro per il mondo senti la considerazione che hanno di noi i musicisti. Ci sono appassionati di songwriting che hanno un culto per Modugno, che viene considerato un genio di nicchia, perché è conosciuto ovunque per Volare ma è il resto della sua produzione ad essere veramente apprezzata dagli intenditori».
Nel dvd dici: «Se sapessi suonare non avrei più bisogno delle parole».
«È vero, è un limite, la musica è più delle parole, io mi perdo nelle parole perché per me sono il surrogato della musica, a volte riescono ad essere forti come la musica stessa, ma è più difficile. Non mi metto lì a studiare, è anche tardi per farlo, suono la chitarra, mi esercito, però ormai sono condannato a usare la parola come mezzo di espressione. Sono condannato in maniera disperata, perché l’unica materia in cui mi abbiano mai rimandato è italiano. La mia è una condizione di frontiera, perché sono un illetterato, che però usa la parola come principale mezzo di espressione. È un rapporto molto combattuto, perché faccio questo lavoro e combatto con una parte di me che mi dice che non è il mio mestiere. Da questa lotta nasce l’energia che trasmetto al pubblico. È una cosa che non auguro a nessuno però».
Sui palchi di New York i tuoi musicisti improvvisavano molto. Tu ti sentivi a disagio senza uno strumento?
«C’era totale improvvisazione, i musicisti all’inizio non sapevano neanche chi fossi. E c’era totale disponibilità. Ma io ho sviluppato… io sono un dj, è la mia attitudine principale, faccio il dj con tutto quello che mi passa sottomano, un quadro, un disco, una poesia, un musicista, un piatto in cucina. Faccio il dj con qualsiasi cosa, con i sentimenti e le cose vere. Mi ritrovo sempre a missare le cose, a fare sequenze. Io creo sequenze. Creo condizioni perché nascano degli incontri. È il mio demone, il mio “daimon”, me lo porto appresso tutta la vita. In mezzo a dieci musicisti divento il punto di contatto e faccio il direttore d’orchestra senza saperlo fare. È la ragione stessa forse per cui dopo venti anni sono ancora qui. Non so come accade, ma se entro in uno studio di registrazione qualcosa accade».

Jovanotti tornerà negli Stati Uniti con il Soleluna NY Lab in primavera per una serie di concerti sulla East Coast, seguite da alcune date in Canada. Ecco gli appuntamenti confermati:
22 aprile, Washington, 9:30 Club
24 aprile, New York, Webster Hall
25 aprile, Philadelphia, World Cafe Live
28 aprile, Boston, Paradise Rock Club
1 maggio, Montreal, L’Astral
4 maggio, Toronto, Lee’s Palace
6 maggio, Chicago, Lincoln Hall

fonte: XL, articolo di: Gianni Santoro