Cuba: pace, amore e odio

pazsinfronteras3jpgC’era gente che si preparava già da due giorni, per essere certa che un posto buono, di prima fila, nessuno glielo togliesse, nella festa di ieri pomeriggio. Non era il Primo Maggio né l’anniversario del Moncada, ieri; ma di raduni di massa, e di folle oceaniche, i cubani hanno un’esperienza che neanche Mao sapeva far meglio, e il loro cinquantennale know how gli dà una sapienza ben consolidata. Fidel, quando era ancora in forma, li convocava d’imperio, a raccogliersi «spontaneamente» dietro le liturgie di regime (chi non c’era perdeva punti, segnalato dai Comités de Defensa de la Revolución), e poi li teneva a cuocere, buoni e osannanti, sotto il sole torpido del Caribe, per quattro o cinque incontenibili ore di retorica anti-yanqui.

Ieri la musica, e le canzoni, c’erano di nuovo, e c’erano anche la mille e mille guayaderas bianche che erano state richieste come simbolo della pace, però questa volta «el déber revolucionario» non c’entrava un bel niente, ed è per questo che il raduno dei rockettari pacificatori è stato davvero una festa di popolo, autentica, estatica, felice, come quelle che un tempo si facevano a Woodstock con Hendrix e Joe Cocker o al Live Aid con Bob Geldolf e, poi, Mandela. (E dovrebbe far meditare che, mentre nel resto del mondo questi megaconcerti d’impegno civile faticano a ritrovarsi, e il memorial di Woodstock hanno perfino dovuto annullarlo per mancanza di sponsor, all’Avana la festa è stata memorabile, quasi a marcare il tempo lento dell’evoluzione del regime che ancora riesce a ritardare lo sbarco delle culture del consumo).

Il concerto si chiamava «Paz Sin Fronteras», che non ha nemmeno bisogno di traduzione, e Plaza de la Revolución, che è un’enorme spianata bianca, una sorta di gigantesco mausoleo all’aperto come Tienanmen o la Piazza Rossa, era stracolma di cubani con le bandierine e la felicità dentro e fuori. Dall’alto del suo profilo, sulla destra dell’enorme palco montato con due giorni di lavoro, Che Guevara osservava muto, forse ammirato, forse sconcertato.

Quando si parla di pace, la politica deve starci per forza dentro. E per quanto Juanes – il cantante colombiano che ieri ha recitato il ruolo del Bob Geldof, trascinando sul palco 15 artisti internazionali, compreso il nostro Jovanotti – abbia fatto di tutto per non restare stritolato nelle tensioni che sempre l’isola di Fidel scatena nel dibattito internazionale, la politica però se ne stava seduta in primo piano sul palco del concerto, accanto a Miguel Bosé, a Los Van Van, a Silvio Rodríguez, a Olga Tañón. E infatti, quasi duecento reporter erano già sbarcati sull’isola da ogni parte del mondo, per raccontare questo «primo passo per la fine dell’embargo», e la Cnn non ha mancato ieri di alluvionare i circuiti televisivi internazionali con le immagini concrete di un progetto visionario, di un’illusione, che davvero sperano di costruire un ponte ideale di dialogo su quelle 90 miglia che stanno tra la Key West a stelle e strisce e l’ultima spiaggia del comunismo (più o meno) ortodosso. La musica ha fatto molti miracoli, quando le tensioni della società di massa tentavano di trovare la voce di una coscienza comune; il tempo di Obama potrebbe trovare di nuovo nella musica quella chiave d’accesso che finora la politica istituzionale tarda a rinvenire.

Ma gli ideali non possono sperare di vivere in un limbo lontano dalla realtà. E se il regime dell’Avana ha accolto con ogni apertura e la più ampia delle disponibilità la proposta di Juanes di fare della Plaza de la Revolución lo scenario della più forte delle proposte di pace «senza frontiere», uno scenario che davvero si pone come l’anticipo possibile della fine dell’embargo americano, invece a Miami – che è la roccaforte dell’anticastrismo doc, la più proterva delle linee di frontiera contro il comunismo con la barba – è scoppiato il finimondo. Nel vecchio ristorante «Versailles» si è ricompattato il fronte di chi dice «Con Castro mai», migliaia di vecchi cubani in esilio hanno frantumato a colpi furenti di martello (davanti alle telecamere estasiate) i Cd di Juanes, soprattutto il suo megasuccesso «La camisa negra», e grida di «Juanes comunista» e «Muerte a los Trahidores» hanno riempito per ore l’asfalto di Calle Ocho e tutte le stradine di Little Habana. E Gloria Estefan, che è la più trinariciuta delle cantanti cubane dell’esilio, ha gentilmente declinato l’invito del suo collega di fare una comparsata sul palco dell’isola.

Juanes, che nel mondo latinoamericano vale quanto un Dylan qui da noi, ha vinto ben diciassette Grammy Awards e regge due Fondazioni umanitarie, sperava di riuscire a farla franca dalle spire violente del conflitto ideologico; invece ci si è trovato dentro fino al collo: da una settimana la sua fantastica villa a Key Biscayne, a poche miglia da Miami Beach, è stata posta sotto stretto controllo della polizia, dopo che il cantante ha ricevuto serie minacce di morte per questa sua pensata («che è un regalo inaccettabile a quel dittatore sanguinario»).

Tuttavia, il muro che gli è stato alzato contro dal vecchio esilio dei «gusanos» di Miami non è poi così integro come lasciano credere le belle immagini delle televisioni che mostrano i cd presi a martellate e gli slogan del «Juanes comunista»: un gruppo di trenta leader dell’esilio cubano – leader giovani, che non vogliono più né sangue né odio, ma credono nella possibilità di favorire un’evoluzione democratica del castrismo in affanno – hanno pubblicato un manifesto di appoggio al cantante colombiano, sottolineando che la cultura, la musica, lo spirito del dialogo, sono lo strumento più efficace per abbattere l’autoritarismo, la repressione, la violazione della libertà. (Ieri Reporters Sans Frontières rendeva pubblico che, mentre la pace e la libertà venivano cantate in un coro di speranza sulla Piazza della Rivoluzione, a Cuba stavano chiusi nelle galere della Rivoluzione ventisei giornalisti cubani).
fonte: www.lastampa.it