Noi, contro la povertà estrema

jovanotti-g8Nel mondo del pop/rock che ha a cuore l’Africa, con Bono, Bob Geldof e tanti altri c’è anche, modestia a parte, il nostro Jovanotti. Fin da un lontano Sanremo di nove anni fa, dove invitava con un rap a cancellare il debito, gli italiani sanno che Lorenzo Cherubini, sul tema, c’è. C’è pure adesso, alla vigilia del G8, anche se se ne sta a New York a incuriosire i media e a mietere successi nei club, con la sua musica meticcia.

Da New York, caro Lorenzo, lei ha scritto una lettera a Berlusconi…

«Non è stata una iniziativa personale. Mi sono reso disponibile nell’ambito del mondo di attivisti e ONG, di «One» di Bono, di Data, di gruppi laici, religiosi, politici, che raccolgono un sacco di energie. Facciamo pressione in vista del G8. L’Italia, per il debito dell’Africa, è uno dei problemi: pagava ma ora non paga più. Il che è grave perché ha fatto una promessa sulla quale è stato costruito un budget, che gli altri hanno più o meno mantenuto: anche paesi più in crisi di noi, come la Spagna. L’ultima Finanziaria ha dimezzato l’impegno sulla cooperazione, ma questa politica non ha risalto sui media, perché abbiamo altri problemi».

Già, noi italiani abbiamo tanti guai. Ma l’Africa versa in povertà estrema.

«Parlare di povertà estrema può irritare il cittadino medio, ma il problema va affrontato. Da un punto di vista politico, l’Africa sta andando in mano ai cinesi, che investono in tutti i paesi poveri e dei diritti umani se ne fregano: ed è sbagliato, per noi, non sostenere quei diritti. Sullo scacchiere mondiale, questi paesi hanno meno bisogni di noi e quindi, nell’ottica della crisi, hanno una opportunità. Se un ricco diventa povero, ha più problemi di un povero povero, che comunque ha bisogno di meno per risollevarsi, entrare nel mercato globale e darsi una struttura economica. Il vero, grande problema africano è la povertà estrema, dove non hai nulla, nemmeno il rispetto di te stesso, e muori perché non puoi curarti il raffreddore, o muori di Aids, che oggi si può controllare. E’ semplicemente un fatto di giustizia: possiamo occuparcene, perché non farlo? Un valore. nella politica, è quello di dare una mano agli altri. Non è un’utopia, si può con poche risorse. Si tratta di stabilire che nella Finanziaria alcuni soldi vengano spesi per il Millenium Goal: lo studiano milioni di economisti, dottori, politici, ci sono in ballo energie anche intellettuali enormi. Non è una faccenda di beneficienza».

Le ha risposto, il Presidente del Consiglio?

«Ha risposto la segreteria del G8 della Presidenza del Consiglio, ai gruppi di pressione, dicendo che anche questo tema è al centro del G8, ma non comunicando cifre né promettendo che si ritorno ai livelli di pagamento dello 0,51 per cento del PIL per aiuti alla cooperazione. Siamo invece lontanissimi, allo 0,017».

Come e quanto conosce l’Africa?

«Tanto, perché facendo musica l’Africa mi è amica: un immaginario, un mito formativo, la culla della musica nera che mi ha fatto fare questo mestiere. Non sono un esperto, ma un innamorato: chi vive a Roma, dove sono cresciuto io, ha molta Africa in giardino, come canta “Azzurro”; la Chiesa cattolica ha un rapporto con l’Africa, si parla di missioni. Il nostro Paese poi è una freccia che punta verso il continente a forma di cuore, che dà segni più positivi dell’Occidente, in questi momenti».

Africa in giardino, ma anche Africa in America, no?

«Ieri mattina sono stato ad Harlem: l’America senza i neri sarebbe un paese slavato. All’Africa noi tutti dobbiamo qualcosa, chi l’immaginario, chi la forza lavoro, chi l’esistenza, visto che pare che l’uomo sia nato lì».

Ha più sentito Bono?

«Sì, quando ho scritto la lettera al Presidente. Lui è il più importante, è l’immagine. E’ quello che si è speso di più. Ha un impegno e una preparazione impressionante, ne sa più lui di un politico».

A margine della telefonata, ho detto a Jovanotti di aver saputo che il magazine «Time Out» è venuto a recensire un suo concerto newyorkese e l’ha paragonato a Springsteen. Lui mi ha risposto: «Una pagina senza che noi lo sapessimo! Han detto che sono lo Springsteen italiano, che il concerto è la cosa più hot di New York in questo momento. Suoniamo in locali di diversa natura ogni sera, bui e rock, o composti con gente seduta. Per me è stimolante, nascono un sacco di idee. Questa è la città più musicale del mondo: vengono artisti, prendono contatti, c’è vero scambio. E’ una scena feconda, mentre noi siamo all’angolo. Ed è pure rilassante, perché non ci son pressioni»

fonte: www.lastampa.it