Jovanotti sulla strada di De Andrè

jovany1L’America ripercorre la «cattiva strada» di Fabrizio De Andrè. Il cantautore genovese va in scena negli Usa con Effedia, il documentario prodotto dalla moglie, Dori Ghezzi, e proiettato in anteprima durante Open Roads, la rassegna patrocinata da Cinecittà Luce al Lincoln Center di New York. Per una notte il Walter Reade Theatre si trasforma in una fabbrica di ricordi musicali, davanti a un pubblico a tinte miste, italiani di vecchie e nuove generazioni e tanti americani, che ritrovano nei versi del cantautore spunti di sorprendente attualità. Persino il conservatore New York Post parla di «un bellissimo ricordo», mentre per i più disinvolti si tratta di un testamento culturale destinato alle nuove generazioni. Come quelle americane ipnotizzate dai versi di Bocca di Rosa, dalle performance giovanili di Brassens, dall’emozione di Battiato, dalla storia controversa di Amico fragile cantata da Vasco Rossi. Versi e immagini, musica e cinema ma anche retroscena inediti raccontati da due ambasciatori d’eccezione, Teresa Marchesi, screenplayer e Lorenzo Cherubini, testimonial in terra straniera.

«De André è un classico e ogni volta senti in lui qualcosa di nuovo», spiega Jovanotti che del «Bob Dylan italiano» racconta il fascino fusion di sonorità americane e francesi, delle ballate mediterranee e degli antichi dialetti. In tempi di guerra il pubblico americano riflette sul «pessimismo» del cantautore genovese, quando dice che i suoi racconti di sangue, come La guerre di Piero, non cambiano le cose, ma ne fanno parlare. «Non è pessimismo – puntualizza Jovanotti – del resto un artista non può mai dare troppo peso a ciò che fa, Fabrizio però sapeva l’importanza di quei versi». L’obiettivo è emozionare, e di e-motion parla il pubblico catturato, ironia della sorte, da una delle voci più critiche degli Usa. Frequentatore sin da giovanissimo dei circoli libertari di Genova e Carrara, De André rifiuta il concetto di scoperta dell’America, e parla al massimo di «riscoperta» da parte di una «civiltà presunta» che si è resa protagonista di «gesta vigliacche», come quelle di un «generale ubriaco» che ha affondato sulle rive del Fiume Sand Creek le speranze di pace degli unici veri americani, quelli che avevano «gli stessi valori che il mondo moderno sente il bisogno di riscoprire». Del resto Sulla mia cattiva strada (titolo di un brano scritto con Francesco De Gregori) è stato fatto proprio per questo, ricordare a colpi di musica, immagini e parole, spiega Teresa Marchese che assieme a Dori Ghezzi ha dovuto fare un meticoloso lavoro di ricerca «tra le tante testimonianze filmate e spesso volutamente dimenticate dalle diffidenti tv italiane». Fabrizio si ricorda così, «senza pianti o funerali. – dice – Abbiamo impiegato nove anni ad accettare la sua morte, oggi vogliamo vedere l’uomo e il cantautore». La pellicola si candida ad essere testa di serie a Open Roads 2009; «In questi anni lo sbocco commerciale è stato molto buono – spiega Pietro Ietto, direttore generale di Cinecittà Luce – come il riscontro di pubblico» riscosso grazie all’impegno dei curatori, Antonio Monda e Richard Pena, e alla collaborazione dell’Istituto italiano di cultura.

fonte: La Stampa
autore: Francesco Semprini