Jovanotti presenta “La parrucca di Mozart”

Così Jovanotti presenta, sul sito di Einaudi, il suo libro “La parrucca di Mozart”:

«Una cosa che mi ha fatto molto piacere è che Daniel Harding abbia scritto la prefazione a questo mio libretto d’opera. Noi musicisti pop ci sentiamo sempre degli imbucati quando si tratta di vera musica, è un complesso di inferiorità che in altri paesi non esiste, ma qui da noi per il fatto che l’opera riveste una parte così sostanziosa della nostra identità nazionale tutta l’altra musica è un po’ meno musica e tutto l’altro teatro è un po’ meno teatro. Daniel Harding è il più importante direttore d’orchestra mondiale della nuova generazione e il fatto che gli sia piaciuto questo libretto dedicato al più grande mito in assoluto della musica di tutti tempi per me è davvero gratificante. Non ci avrei mai sperato. L’ho scritto per un pugno di bambini che dovevano portarlo in scena e ora che lo vedo qui stampato con i disegni a colori che ho realizzato mi piace, perché ha una freschezza e una gioiosa devozione che non so nemmeno io come siano uscite fuori. Forse è lo spirito del genio di Salisburgo che ha voluto bene alle intenzioni con le quali ho approcciato questo lavoro, che sono quelle di uno che voleva far giocare dei bambini lasciandogli dentro però un’emozione vera. Io non credo più di tanto nelle opere di “divulgazione”, credo invece nella forza del desiderio e il desiderio nasce sempre da un certo mistero. Non mi piace questo modo di oggi, per esempio, di fare i musei, dove ti spiegano tutto. Io non voglio sapere niente, voglio solo vedere e poi magari scatta l’innamoramento e mi ci butto dentro, ma solo dopo, senza mediazioni, senza filtri. È l’emozione la chiave della conoscenza, di ogni conoscenza, in fondo una conoscenza che non sia anche emotiva è quasi inutile.

Nel tempo che abbiamo di fronte, che è un tempo digitale, penso sia molto importante cercare un equilibrio attraverso il recupero e la reinterprezione del senso del tempo e dello spazio e in questo le “performing arts” in generale sono lo strumento più adatto e magari il più sano. Per questo credo nella scrittura di opere che possano essere lette e ascoltate in solitaria ma che possano anche essere portate in scena, in ambiti diversi dai circuiti di fama e successo, per scopi puramente celebrativi della vita e della creazione di cose da fare insieme. I bambini hanno bisogno di questo, e pure i genitori, ma senza enfasi, senza pensarsi paladini di chissà che o partigiani contro la cultura dominante. La cultura dominante va benissimo e non è in contraddizione con piccole esperienze di costruzione o decostruzione del “sè”. Si tratta solo di creare reti narrative, in modo da raccontare prima di tutto a noi stessi una storia nuova».