Firenze Magazine

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Mr J. 40 anni, un ciclone di idee, pensieri, progetti. Oggi, Lorenzo Cherubini
La notte Orlando alle noiose piume / del veloce pensier fa parte assai.
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume / tutto in un loco, e non l’afferra mai.
Sorride, da sotto la sventagliata di capelli dorati, gli occhi buoni e risponde: “E’ Orlando attraversato da un andare e venire di pensieri così convulso da non riuscire fissarne neanche uno. Mi ricordano me e le continue raffiche di pensieri disordinati che ho imparato a mettere in ordine tanti anni fa con un trucco meraviglioso, il ritmo.
Così, ho cominciato a lavorare. Orlando…mi ricorda anche che io e il mio amico Bruno De Franceschi ci stiamo messaggiando da cinque anni perché abbiamo un sogno sull’Orlando Furioso, lui sta scrivendo la musica, io gli mando le parole, e poi anche il progetto che io insieme ad altre persone della mia generazione abbiamo pensato per Cortona”.
Lorenzo Cherubini, Jovanotti, una vita di cose straordinarie: terzo di quattro figli di una famiglia originaria di Cortona, cresce a Roma, dove il padre lavora come impiegato della Santa Sede.
L’inizio dell’attività discografica nel 1988. Il successo di ragazzo spensierato, traghettatore dell’hip hop nella patria del se-nonhai-una-bella-voce-non-sfondi. Poi la world music, le canzoni impegnate e, superati i quarant’anni, ci regala Safari, il disco più venduto in Italia nel 2008. Vive a Cortona dove il 6 settembre scorso, nella Chiesa di Santa Maria Nuova, ha sposato Francesca, sua compagna da sempre. Quando non è in tour, trascorre a Cortona tutto il suo tempo, con Francesca e la loro figlia di dieci anni, Teresa. Ed è ancora qui, che Lorenzo ha deciso di dare vita al progetto Orlando Lab, nella fortezza medicea in cima al paese, un luogo per la cultura contemporanea che si inaugurerà nel 2010. Un luogo aperto alle sperimentazioni sulle arti contemporanee, con tanto di ipermoderna sala di registrazione.
Che cos’è Lorenzo la creatività?
Parlerei piuttosto di invenzione. Leonardo da Vinci non diceva “io sono un creativo” ma “io sono un inventore”. La parola invenzione la riferiva a tutto, alle catapulte che progettava per assaltare i castelli e alle tele che dipingeva, anche quelle erano per lui delle invenzioni.
Creatività presuppone che si crei qualcosa, ma in realtà tutto è già stato creato. Quello che possiamo fare è inventare, utilizzando gli oggetti del Creato, assemblandoli con delle sequenze di senso. Una cosa che noi uomini sappiamo fare molto bene.
Non c’è creatività senza?
Povertà e privazione. Se non c’è fame, non c’è gusto a mangiare.
Agli schiavi neri deportati negli Stati Uniti veniva proibito di suonare strumenti, e allora loro inventarono una danza che contemporaneamente era anche una musica. Fu chiamata tip-tap.
Bob Dylan, per me, è il più grande artista della musica leggera del ‘900.
Se ascolti i suoi primi dischi sono fatti solo con una chitarra e la sua sola voce, non c’era veramente nient’altro. L’energia era tutta nella forza che lui riusciva a esprimere attraverso quei mezzi semplicissimi.
Non c’erano computer, non c’erano studi di registrazione particolari, non c’era niente di tutto quello che oggi riteniamo necessario per fare un disco. Bob Dylan, con quel nulla, ha sfondato il mondo, ha cambiato la percezione del mondo di una generazione.
Chi è il tuo artista preferito?
Sono nato a Roma, immerso nell’arte fino al collo, arte magnifica.
Ma il primo artista che mi è arrivato addosso come un cazzotto nella pancia è stato Keith Haring che faceva delle cose semplicissime.
Comunicava con dei segni. Aveva iniziato dipingendo graffiti nella metropolitana di New York, poi un gallerista intuisce il genio e gli dice “ehi, perché non fai questi segni anche su delle tele, così li possiamo vendere?”. E ha trasformato questo istinto in un business. Oh, in maniera sana, perché lui era uno di quelli che a un certo punto si chiedono: “perché devo fare di giorno un lavoro e poi di nascosto, fare quello che mi piace, quando posso usare quella stessa forza per fare delle cose che entrano nel mercato?”. Il mercato mica è un nemico, sono 5000 anni che esiste: tu fai una roba e poi la vendi al mercato. I suoi segni, li puoi portare in qualsiasi parte del mondo, che so, in Amazzonia piuttosto che all’università di Berlino, hanno sempre la stessa forza, perché è una forza assoluta. Che tu la faccia vedere a un bambino di tre anni o a un critico d’arte, quella forza non cambia.
Ammiri la semplicità. Ma sei anche uno che apprezza la tecnologia.
Io penso sempre “è meglio adesso di prima”. La tecnologia è l’adesso, guai a ignorarla. Prendi per esempio Auto-tune, è un programma che ti permette di essere intonato anche se sei stonato. Oggi lo usano tutti, davvero tutti, perché è una figata. Stai registrando un pezzo, hai trovato il tuo feeling, ma hai fatto una stecca, correggi la stecca e ti tieni il feeling. All’inizio è un trucco ma poi ti fa capire dove sei stonato e quindi impari a conoscere dove sbagli e a correggerti.
Si può definire il potere della musica?
In Brasile, in un momento di grande oppressione politica, è servita per una quindicina d’anni a tenere unito un popolo. Pensa,
un popolo oppresso dai militari, da una dittatura, da governi repressivi, che riesce a tenere viva la propria cultura e il proprio senso di identità attraverso le canzoni. Il potere della musica? E’ incalcolabile.
La tua parola d’ordine?
Mi ha sempre colpito il fatto che Mosè, colui che ha comunicato le leggi di Dio agli uomini, fosse balbuziente. Sai che significa?
Tutto è possibile, basta volerlo. Col benestare del Padreterno, naturalmente.

fonte : firenzemagazine